ERIC HOBSBAWM.
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COME CAMBIARE IL MONDO.
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Parte 1.
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Titolo originale: How To Change the World. 2011.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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MARX IL PROFETA, lo "scienziato", il filosofo della prassi: che cosa resta, in questo primo scorcio di terzo millennio, del pensatore forse pi discusso, temuto e influente degli ultimi centocinquant'anni? Con questa raccolta di articoli e studi, redatti nell'arco di quasi sessant'anni ma rielaborati per l'occasione, il principale storico marxista si pone alla testa di una tendenza che da qualche tempo, dopo l'eclissi degli anni Ottanta e Novanta, sta riportando a una rilettura radicale dell'autore del Capitale. Perfino i detrattori - soprattutto all'indomani della crisi finanziaria - hanno dovuto riconoscere la forza e la lucidit del suo pensiero. Non pi imbalsamato da opposte ideologie, Marx pu essere considerato per quello che  sempre stato: un grande pensatore, uno stilista esemplare, un pioniere.
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" finalmente giunto il momento di prendere Marx sul serio."
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Con il nitore, l'eleganza e l'autorevolezza di un maestro della storiografia, Hobsbawm ricostruisce l'ambivalente epopea del marxismo, dai moti del 1848 alla caduta del muro di Berlino, dal Gramsci dei Quaderni, oggetto di un caloroso tributo, al crollo dell'Urss. Sedici saggi che indagano la genesi di opere fondamentali, dal Manifesto del partito comunista al Capitale, passando per gli ermetici Grundrisse; ne studiano, dati alla mano, la circolazione e la diffusione; interrogano la fortuna e le metamorfosi del pensiero marxista in alcuni momenti chiave, come l'Inghilterra tardo-vittoriana, l'Europa fascista, la Guerra fredda, il 1989, ponendo il problema di una scomoda eredit. Un libro sobrio e penetrante che invita a fare i conti con uno snodo imprescindibile del nostro passato e regala uno sguardo illuminante sul futuro.
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L'Autore.
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ERIC HOBSBAWM.
(Alessandria d'Egitto 1917)  uno dei massimi storici viventi. Tra le sue opere Rizzoli ha pubblicato, oltre al bestseller Il secolo breve (1995), De Historia (1997), L'et della Rivoluzione (1999), Gente non comune (2000), Gente che lavora (2001), Anni interessanti (2002), Imperialismi (2007) e La fine dello Stato (2007).
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Indice di questa parte.
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Prefazione. dell'Autore.
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Parte prima. MARX ED ENGELS.
CAPITOLO 1. Marx oggi.
CAPITOLO 2. Marx, Engels e il socialismo premarxiano.
CAPITOLO 3. Marx, Engels e la politica.
CAPITOLO 4. Sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels.
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FINE Indice.
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In memoria di George Lichteim.
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Prefazione. dell'Autore.
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Questo libro  essenzialmente uno studio sullo sviluppo e l'impatto postumo del pensiero di Karl Marx (e dell'inseparabile Friedrich Engels), e raccoglie molti tra i miei scritti in questo campo dal 1956 al 2009. Non  una storia del marxismo in senso tradizionale, sebbene il suo nucleo comprenda sei capitoli che scrissi per un'assai ambiziosa Storia del marxismo (1978-82) in pi volumi, pubblicata in italiano da Einaudi, di cui ero tra i curatori. Riveduti, a volte largamente riscritti e integrati da un capitolo sul periodo di recessione marxista dal 1983, essi costituiscono oltre la met del contenuto del libro. In aggiunta, vi figurano alcuni ulteriori studi su ci che il gergo accademico definisce "ricezione" di Marx e del marxismo; un saggio sul marxismo e sul movimento operaio dagli anni Novanta dell'Ottocento, di cui una versione iniziale apparve originariamente come intervento in tedesco a una conferenza internazionale di storici del movimento operaio tenutasi a Linz; e tre introduzioni a lavori particolari: La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels, il Manifesto del partito comunista e la visione di Marx sulle forme sociali precapitalistiche nell'importante serie di manoscritti noti come Grundrisse (Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica). L'unico marxista post-Marx/Engels discusso specificamente in questo libro  Antonio Gramsci.
Circa due terzi di questi testi non sono stati pubblicati in inglese, o sono inediti. Il capitolo 1  un contributo largamente ampliato e rielaborato di un incontro pubblico su Marx tenutosi sotto gli auspici della Jewish Book Week nel 2007. Lo stesso vale per il capitolo 12. Il capitolo 15 non  mai stato pubblicato.
Che lettori avevo in mente quando scrissi gli studi qui raccolti? In alcuni casi (i capitoli 1, 4, 5, 16, forse il 12), semplicemente uomini e donne interessati a saperne di pi sull'argomento. La maggior parte dei capitoli, tuttavia, si rivolge a lettori con un interesse pi specifico per Marx, il marxismo e l'interazione fra il contesto storico e lo sviluppo e l'influenza delle idee. Quello che ho cercato di fornire a entrambi i tipi di pubblico  una certa consapevolezza del fatto che la discussione su Marx e il marxismo non pu essere confinata n al dibattito tra pro e contro, n al territorio politico e ideologico occupato dalle varie, cangianti etichette attribuite ai marxisti e ai loro antagonisti. Il marxismo  stato un riferimento culturale importante del mondo moderno e, attraverso la sua capacit di mobilitare forze sociali, ha avuto un ruolo cruciale, in alcuni periodi decisivo, nella storia del XX secolo, pi precisamente degli ultimi 130 anni. Spero che il mio libro possa aiutare i lettori a riflettere sui problemi legati al suo futuro e a quello dell'umanit del nuovo secolo.
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Eric Hobsbawm.
Londra, gennaio 2011

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Parte prima. MARX ED ENGELS.
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CAPITOLO 1. Marx oggi.
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1.
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Nel 2007 - a meno di due settimane dall'anniversario della morte di Karl Marx (14 marzo) e a due passi dal luogo che pi di ogni altro a Londra  associato al suo nome, cio la Round Reading Room (la sala di lettura circolare) del British Museum - si  svolta un'edizione della Jewish Book Week. Due socialisti assai diversi tra loro, Jacques Attali e io, erano l per porgergli i loro rispetti postumi. E tuttavia, considerando l'occasione e la data, si trattava di una circostanza doppiamente inaspettata. Non si pu certo dire che Marx mor nel 1883 fallendo nei suoi intenti, perch i suoi scritti avevano cominciato ad avere un forte impatto in Germania e in particolare tra gli intellettuali russi; inoltre, i suoi seguaci erano gi avviati a conquistare il movimento operaio tedesco. Ma nel 1883 ci che aveva pubblicato non sembrava cos rilevante. Aveva scritto alcuni brillanti pamphlet e lo scheletro di un'imponente opera incompiuta, Das Kapital (Il capitale), nella quale non aveva progredito granch nell'ultima decade della sua esistenza. A un visitatore che gli chiedeva delle sue opere, aveva risposto con amarezza: "Quali opere?". La sua maggiore impresa politica dal fallimento della rivoluzione del 1848, la cosiddetta Prima Internazionale del 1864-73, era naufragata. Nella politica e nella vita intellettuale della Gran Bretagna, Paese nel quale aveva trascorso oltre met della vita da esule, non aveva raggiunto una posizione di rilievo.
Eppure che straordinario successo postumo! A venticinque anni dalla sua scomparsa, i partiti operai europei fondati in suo nome, o che in lui si riconoscevano, ottenevano tra il 15 e il 47 per cento dei voti nei Paesi con elezioni democratiche, con l'unica eccezione della Gran Bretagna. Dopo il 1918 molti divennero partiti di governo, non solo di opposizione, e tali rimasero dopo la fine del fascismo; in seguito per per la maggior parte si mostrarono ansiosi di sconfessare la propria ispirazione originaria. Esistono ancora tutti. Nel frattempo i discepoli di Marx fondavano gruppi rivoluzionari in Paesi non democratici e del Terzo mondo. Settant'anni dopo la morte di Marx, un terzo della razza umana era governato da regimi guidati da partiti comunisti che affermavano di rappresentare le sue idee e di realizzare le sue aspirazioni. Ben pi del 20 per cento lo  ancora, quantunque i relativi partiti al potere abbiano, salvo rare eccezioni, cambiato notevolmente le loro politiche. Insomma, se c' un pensatore che ha lasciato un forte e indelebile segno nel XX secolo, ebbene, questi  lui. Si entri nel cimitero di Highgate, dove sono seppelliti i Marx e Spencer* del XIX secolo - Karl Marx e Herbert Spencer -, le tombe curiosamente poco distanti l'una dell'altra. In vita, Herbert era considerato l'Aristotele dell'epoca, Karl, invece, un uomo qualunque che viveva nella parte bassa di Hampstead grazie all'aiuto finanziario di un amico. Oggi nessuno sa che l riposa Spencer, mentre anziani pellegrini dal Giappone e dall'India si recano a visitare la tomba di Karl Marx e comunisti in esilio dall'Iran e dall'Iraq insistono per essere sepolti alla sua ombra.
L'epoca dei regimi e dei partiti comunisti di massa  giunta al termine con il crollo dell'Unione Sovietica, poich anche laddove questi ancora sopravvivono - come in Cina e in India - di fatto hanno abbandonato il vecchio progetto del marxismo leninista. E quando ci  accaduto, Karl Marx si  ritrovato nuovamente in una terra di nessuno. Il comunismo si era proclamato suo unico erede, e le sue idee erano ampiamente identificate con esso. Persino le tendenze marxiste o marxiste-leniniste dissidenti che si erano guadagnate spazi qua e l dopo che Krusciov aveva denunciato Stalin nel 1956 erano quasi certamente scissioni di gruppi ex comunisti. Cos, per buona parte dei primi vent'anni dal centenario della sua morte, Marx  diventato un "uomo di ieri", con il quale non vale pi la pena di perdere tempo. Qualche giornalista ha addirittura affermato che l'incontro di quella sera era servito a tirarlo fuori dai "bidoni dell'immondizia della storia". Eppure oggi Marx , ancora una volta e pi che mai, un pensatore per il XXI secolo.
Non credo si debba attribuire eccessiva importanza al sondaggio della Bbc che ha visto gli ascoltatori radiofonici giudicarlo, tramite un voto, il massimo filosofo di tutti i tempi; tuttavia, se digitate il suo nome su Google, constaterete che rimane la pi vasta delle grandi presenze intellettuali, superato solo da Darwin ed Einstein, ma ben davanti ad Adam Smith e Freud.
Questo, a mio avviso, per due ragioni. La prima  che la fine del marxismo ufficiale dell'Urss ha liberato Marx dalla pubblica identificazione con il leninismo nella teoria e con i regimi leninisti nella pratica. Divenne abbastanza chiaro che c'erano ancora molti buoni motivi per prendere in considerazione quanto Marx aveva da dire. In particolare - e questa  la seconda ragione - perch il mondo capitalistico globalizzato emerso negli anni Novanta per certi aspetti cruciali ricordava incredibilmente quanto anticipato da Marx nel Manifesto del partito comunista. Questo apparve evidente in occasione della pubblica reazione al 150 anniversario di questo straordinario piccolo pamphlet nel 1998, che fu, incidentalmente, un anno di drammatici rivolgimenti nell'economia globale. Paradossalmente, questa volta a riscoprirlo furono i capitalisti, non i socialisti: questi ultimi erano troppo demoralizzati per dare importanza alla ricorrenza. Ricordo il mio stupore quando fui avvicinato dal direttore della rivista di bordo della United Airlines, i cui lettori sono per l'80 per cento viaggiatori d'affari americani. Avevo scritto un articolo sul Manifesto, e lui, ritenendo che i suoi lettori sarebbero stati interessati a un dibattito sull'argomento, mi chiese il permesso di utilizzarne una parte. Rimasi ancora pi sorpreso quando, durante un pranzo intorno al volgere del secolo, George Soros mi domand che cosa ne pensassi di Marx. Ben consapevole della distanza fra le nostre due posizioni, volendo evitare un contraddittorio, diedi una risposta ambigua. "Quell'uomo" disse Soros "ha scoperto centocinquant'anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tenere conto." E cos fece. Poco dopo, autori che, per quanto ne so, non erano mai stati comunisti tornarono a prenderlo sul serio, come dimostra il caso del nuovo saggio biografico di Jacques Attali. Anche Attali ritiene che Karl Marx abbia ancora parecchio da dire a chi vorrebbe una societ migliore e diversa da quella odierna.  bene ricordarsi che anche da questo punto di vista oggi bisogna tenere in considerazione Marx.
Nell'ottobre del 2008, dopo che il "Financial Times" ebbe pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo Capitalism in Convulsion (Capitalismo in subbuglio), non si poteva dubitare oltre che Marx fosse rientrato in scena. Ed  improbabile che possa uscirne, proprio ora che il capitalismo globale sta attraversando la sua crisi pi grave dall'inizio degli anni Trenta. D'altro canto, il Marx del XXI secolo sar certamente assai diverso da quello del XX.
Quello che si pensava di Marx nel secolo scorso era fortemente condizionato da tre fatti. Il primo era la divisione tra i Paesi che si ponevano come obiettivo la rivoluzione e quelli che non se lo ponevano, ossia - parlando in termini molto generali - i Paesi del capitalismo sviluppato delle regioni del Nord Atlantico e del Pacifico e gli altri Stati. Il secondo fatto era una conseguenza del primo: l'eredit di Marx si biforcava naturalmente in un percorso socialdemocratico e riformista e in uno rivoluzionario, stradominato dalla Rivoluzione russa. Questo divenne chiaro dopo il 1917 a causa del terzo fatto: il collasso del capitalismo e della societ borghese del XIX secolo in quella che ho definito "Et della catastrofe", diciamo tra il 1914 e la fine degli anni Quaranta. Questa crisi fu tanto severa da generare molti dubbi circa la capacit di ripresa del capitalismo. Non era forse destinato a essere sostituito da un'economia socialista, come il tutt'altro che marxista Joseph Schumpeter aveva previsto negli anni Quaranta? In realt il capitalismo si riprese, ma non nella sua vecchia forma. Allo stesso tempo, in Urss l'alternativa socialista appariva immune da crolli. Tra il 1929 e il 1960 non sembrava irragionevole credere, anche ai molti non socialisti che disapprovavano il lato politico di questi regimi, che il capitalismo fosse sul punto di esaurire le energie e l'Urss invece ne avesse in abbondanza. Nell'anno dello Sputnik questo non pareva assurdo: che lo fosse, divenne lampante dopo il 1960.
Questi eventi, e le relative implicazioni nella politica e nella teoria, appartengono al periodo successivo alla morte di Marx ed Engels. Esulano dal raggio dell'esperienza di Marx e delle sue valutazioni. Il nostro giudizio sul marxismo del XX secolo non  basato sul pensiero dello stesso Marx, bens su interpretazioni postume o revisioni dei suoi scritti. Al massimo possiamo affermare che alla fine degli anni Novanta dell'Ottocento, durante quella che fu la prima crisi intellettuale del marxismo, la generazione di marxisti che era stata in contatto personale con Marx, o pi probabilmente con Friedrich Engels, anticipava la discussione su alcune delle questioni che sarebbero diventate importanti nel XX secolo, in special modo il revisionismo, l'imperialismo e il nazionalismo. Gran parte della successiva discussione marxista  specifica del XX secolo e non si trova in Karl Marx, specialmente il dibattito su come potrebbe o dovrebbe essere realmente un'economia socialista, che emerse in larga misura dall'esperienza delle economie di guerra del 1914-18 e dalle crisi rivoluzionarie o quasi rivoluzionarie postbelliche.
Quindi, l'affermazione che il socialismo fosse superiore al capitalismo come strumento per assicurare il pi rapido sviluppo delle forze di produzione difficilmente si potrebbe attribuire a Marx. Appartiene all'era in cui l'economia capitalista in crisi fra le due guerre mondiali era messa a confronto con l'Urss dei Piani quinquennali. In realt, quello che Karl Marx aveva asserito non era che il capitalismo avesse raggiunto i limiti della sua capacit di incrementare le forze di produzione, ma che il ritmo frastagliato di crescita capitalistica produceva periodiche crisi di sovrapproduzione che si sarebbero, prima o poi, dimostrate incompatibili con un modo capitalistico di governare l'economia, generando conflitti sociali ai quali esso non sarebbe sopravvissuto. Il capitalismo era per sua natura incapace di configurare la susseguente economia di produzione sociale. Questa, presumeva Marx, sarebbe stata necessariamente socialista.
Perci, non sorprende che il "socialismo" fosse il fulcro dei dibattiti e delle valutazioni del XX secolo su Karl Marx. Non tanto perch il progetto di un'economia socialista sia specificamente marxista, e non lo , ma perch tutti i partiti d'ispirazione marxista condividevano un simile progetto, e quelli comunisti affermavano di averlo effettivamente attuato. Nella forma realizzata nel XX secolo questo progetto  defunto. Il "socialismo" cos come  stato applicato in Urss e in altre "economie pianificate centralisticamente", vale a dire economie teoricamente prive di mercato, di propriet dello Stato e a dirigismo economico controllato,  finito e non torner pi. Le aspirazioni socialdemocratiche a creare economie socialiste erano sempre state ideali per il futuro, ma alla fine del secolo furono abbandonate anche come ambizioni formali.
Quanto del modello socialista pensato dai socialdemocratici e quello istituito dai regimi comunisti era marxiano? Qui il punto cruciale  come Marx si sia deliberatamente astenuto da dichiarazioni specifiche sull'economia e sulle istituzioni economiche del socialismo, senza dire nulla sulla forma concreta della societ comunista, se non che questa non poteva essere costruita o programmata, ma si sarebbe evoluta da una societ socialista. Simili commenti generali sull'argomento, come quelli che Marx fece sui socialdemocratici tedeschi nella Critica al Programma di Gotha, fornivano a malapena precise direttive ai suoi successori, e in effetti non si dava molto peso a quello che si considerava sarebbe stato solo un problema accademico o un esercizio utopistico fino alla rivoluzione. Era sufficiente sapere che questa si sarebbe basata, per citare la famosa Clausola 4 della costituzione del Partito laburista, "sulla propriet comune dei mezzi di produzione", che di solito si riteneva di poter ottenere con la nazionalizzazione delle industrie del Paese.
 piuttosto curioso che la prima teoria di un'economia socialista centralizzata non sia stata elaborata dai socialisti, bens da un economista italiano non socialista, Enrico Barone, nel 1908. Nessun altro ci aveva pensato, prima che la questione della nazionalizzazione delle industrie private figurasse nei programmi della politica pratica al termine della Prima guerra mondiale. A quel punto, i socialisti dovettero affrontare i loro problemi abbastanza impreparati e privi di una guida dal passato (e di qualunque altra guida, se  per questo).
La "pianificazione"  implicita in qualsiasi tipo di economia socialmente gestita, tuttavia Marx non aveva detto nulla di concreto in proposito, e ci che venne sperimentato nella Russia sovietica dopo la rivoluzione fu perlopi frutto di improvvisazione. Nella teoria, lo si realizz coniando concetti (come l'analisi delle interdipendenze strutturali e settoriali di Leontief) e fornendo apposite statistiche, strumenti che vennero pi tardi largamente adottati da economie non socialiste. Nella pratica, si segu l'esempio delle altrettanto improvvisate economie di guerra del primo conflitto mondiale, specialmente quella tedesca, forse con un'attenzione particolare all'industria elettrica, sulla quale Lenin veniva informato da simpatizzanti politici presenti tra i funzionari delle aziende elettriche tedesche e americane. L'economia di guerra rimase il modello base dell'economia pianificata sovietica, vale a dire un'economia che fissa certi obiettivi in anticipo - industrializzazione ultrarapida, vincere una guerra, fabbricare una bomba atomica o portare l'uomo sulla luna - e poi per conseguirli elabora una pianificazione destinando loro le risorse, quali che siano i costi a breve termine. Non c' nulla di esclusivamente socialista in questo. Si pu lavorare verso obiettivi a priori con un grado pi o meno alto di sofisticazione, ma l'economia sovietica non and mai oltre. E pur provandoci dagli anni Sessanta in poi, non riusc mai a uscire dall'intrinseco paradosso di tentare di inserire i mercati in una struttura burocratica dirigista.
La socialdemocrazia modific in maniera diversa il marxismo, o posponendo la realizzazione di un'economia socialista, oppure, pi positivamente, escogitando forme differenti di economia mista. Fintanto che i partiti socialdemocratici rimasero fedeli alla creazione di un'economia pienamente socialista, una certa riflessione sull'argomento era implicita. Il pensiero pi interessante giunse da studiosi non marxisti come i fabiani Sidney e Beatrice Webb, i quali immaginarono una graduale trasformazione del capitalismo in socialismo attraverso una serie di riforme irreversibili e cumulative, e che quindi ragionarono politicamente sulla forma istituzionale del socialismo, sorvolando per sulle connesse attivit economiche. Il principale "revisionista" marxiano, Eduard Bernstein, si trasse d'impaccio insistendo sul fatto che il movimento riformista era tutto e che lo scopo finale non aveva una valenza pratica. Di fatto, molti partiti socialdemocratici che salirono al governo dopo la Prima guerra mondiale, si accontentarono della politica revisionista, lasciando l'economia capitalistica effettivamente libera di operare, purch soddisfacesse alcune richieste dei lavoratori. Il testo classico di questo atteggiamento era The Future of Socialism (1956) di Anthony Crosland, in cui si sosteneva che dal momento che il capitalismo post-1945 aveva risolto il problema di produrre una societ dell'abbondanza, l'impresa pubblica (nella versione classica delle nazionalizzazioni o in altre forme) non era necessaria e che l'unico compito dei socialisti era di assicurare un'equa distribuzione della ricchezza nazionale. Tutto questo era ben lontano da Marx, e certamente dall'idea tradizionale del socialismo come di una societ essenzialmente non di mercato, che con ogni probabilit anche lo stesso Marx condivideva.
Aggiungo solo che il pi recente dibattito fra i neoliberisti economici e i loro critici in merito al ruolo dello Stato e delle imprese pubbliche non  in linea di principio specificamente marxista, e nemmeno socialista. Fin dagli anni Settanta, si fonda sul tentativo, di applicare alla realt economica una degenerazione patologica della teoria del laissez-faire, attraverso il sistematico abbandono da parte degli Stati di qualsiasi regolamentazione o controllo delle attivit delle imprese che realizzano profitti. Questo tentativo di consegnare la societ umana a un mercato (presumibilmente) autocontrollato e capace di massimizzare le ricchezze - e perfino il welfare -, popolato da attori (presumibilmente) dediti alla cura ragionevole dei propri interessi, non aveva precedenti in nessuna fase anteriore dello sviluppo capitalistico in nessuna economia sviluppata, neppure negli Stati Uniti. Era una reductio ad absurdum di quelle che i suoi ideologi vedono in Adam Smith, cos come l'altrettanto estremistico dirigismo economico al cento per cento statale dell'Urss lo era di ci che i bolscevichi vedevano in Marx. Non c' da stupirsi se questo "integralismo del mercato", pi vicino alla teologia che alla realt economica,  anch'esso fallito.
La scomparsa delle economie centralizzate statali e quella virtuale dell'idea di una societ fondamentalmente trasformata dalle aspirazioni degli scoraggiati partiti socialdemocratici hanno messo a tacere gran parte dei dibattiti del XX secolo sul socialismo. Questi erano abbastanza lontani dal pensiero di Marx, sebbene fossero in massima parte da lui ispirati e condotti nel suo nome. D'altro canto, sotto tre aspetti Marx continuava a esercitare un'influenza enorme: come pensatore economico, come pensatore e analista della storia e come padre fondatore riconosciuto (assieme a mile Durkheim e Max Weber) del pensiero moderno sulla societ. Non sono qualificato per esprimere un'opinione sulla sua perdurante, ma senz'altro seria, rilevanza come filosofo. Ci che di sicuro non ha mai perduto di attualit  la visione marxiana del capitalismo, come sistema storicamente temporaneo dell'economia umana, e la sua analisi del modus operandi di quest'ultimo, costantemente in espansione e concentrazione, generatore di crisi e autotrasformante.
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2.
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Qual  oggi l'importanza di Marx? Il modello di socialismo di tipo sovietico, l'unico tentativo finora di costruire un'economia socialista, non esiste pi. D'altra parte si  avuto un enorme e accelerato progresso nell'ambito della globalizzazione e della pura e semplice capacit di generare ricchezza degli esseri umani. Questo ha ridotto il potere e la portata dell'azione sociale ed economica degli Stati-nazione, e dunque delle politiche classiche dei movimenti socialdemocratici, che consistevano innanzitutto nell'esercitare pressioni sui governi nazionali affinch venissero introdotte alcune riforme. Data la rilevanza assunta dall'integralismo del mercato, tale progresso ha inoltre generato un'estrema disuguaglianza economica all'interno dei Paesi e tra le regioni, e ha riportato l'"elemento catastrofe" nel ritmo ciclico basilare dell'economia capitalistica, inclusa quella che  diventata la crisi globale pi seria dagli anni Trenta del Novecento.
La nostra capacit produttiva ha consentito, almeno potenzialmente, a moltissimi esseri umani di lasciare il regno della necessit per quello del benessere, dell'istruzione che consente scelte di vita prima inimmaginabili, sebbene la maggioranza della popolazione mondiale debba ancora accedervi. Eppure per gran parte del XX secolo i movimenti e i regimi socialisti hanno operato essenzialmente all'interno di questo regno della necessit, anche nei Paesi ricchi dell'Occidente, dove una societ del benessere era sorta nel ventennio successivo al 1945. Nell'ambito di quest'ultima, tuttavia, l'obiettivo di assicurare alla popolazione cibo adeguato, vestiario, un'abitazione, un lavoro che fornisca un reddito e un sistema di welfare che la tuteli dai rischi della vita, bench necessario, non costituisce pi un programma sufficiente per i socialisti.
Vi  poi un terzo, negativo sviluppo. Dal momento che la spettacolare espansione dell'economia globale ha minato l'ambiente, il bisogno di controllare la crescita economica illimitata  diventato sempre pi urgente. C' un conflitto evidente tra l'esigenza di invertire, o almeno di frenare, l'impatto della nostra economia sulla biosfera e gli imperativi di un mercato capitalistico: massima crescita continua alla ricerca del profitto. Questo  il tallone d'Achille del capitalismo. E al momento non possiamo sapere quali dardi gli saranno fatali.
E dunque, come dobbiamo considerare Marx oggi? Come un pensatore per tutta l'umanit e non soltanto per una parte di essa? Certamente. Come un filosofo? Come un analista economico? Come un padre fondatore della scienza sociale moderna e una guida per la comprensione della storia umana? Anche, ma l'aspetto di Marx che Attali ha giustamente sottolineato  il suo pensiero universalmente onnicomprensivo. Non  "interdisciplinare" nel senso convenzionale del termine, bens integra tutte le discipline. Come scrive Attali: "I filosofi prima di lui hanno pensato l'uomo nella sua totalit, ma lui fu il primo a comprendere il mondo come un tutt'uno che  allo stesso tempo politico, economico, scientifico e filosofico".
 perfettamente ovvio che molto di quello che ha scritto  datato e in parte non , o non  pi, accettabile.  altrettanto evidente che i suoi scritti non formano un corpus finito ma sono, come tutto il pensiero degno di questo nome, un interminabile work in progress. Nessuno lo trasformer pi in dogma, e tanto meno in un'ortodossia rafforzata istituzionalmente; una cosa simile avrebbe di certo scioccato lo stesso Marx. Ma dovremmo anche respingere l'idea che ci sia una netta differenza tra un marxismo "corretto" e uno "scorretto". Il suo metodo d'indagine poteva produrre risultati e prospettive politiche differenti. Accadde a Marx stesso, che immagin una possibile transizione pacifica al potere in Gran Bretagna e Olanda, e la possibile evoluzione della comunit rurale russa nel socialismo. Kautsky e anche Bernstein erano eredi di Marx tanto quanto (o, se preferite, poco quanto) Plechanov e Lenin. Per questo sono scettico circa la distinzione operata da Attali tra un vero Marx e una serie di successivi semplificatori e falsificatori del suo pensiero: Engels, Kautsky, Lenin. Era legittimo per i russi, i primi attenti lettori del Capitale, guardare alle sue teorie come a un modo per condurre Paesi come il loro fuori dall'arretratezza e verso la modernit attraverso lo sviluppo economico di tipo occidentale, cos come era legittimo per lo stesso Marx chiedersi se una transizione diretta verso il socialismo potesse o meno aver luogo sulla base delle comunit rurali russe. Casomai questo era probabilmente pi in sintonia con l'uso generale del pensiero di Karl Marx. L'argomentazione contraria all'esperimento sovietico non asseriva che il socialismo potesse essere realizzato solo dopo che tutto il mondo fosse diventato capitalista, che non  ci che Marx ha detto (n si pu affermare con certezza che lo pensasse). Era empirica, sosteneva cio che la Russia fosse troppo arretrata per produrre nient'altro che la caricatura di una societ socialista, un "impero cinese in rosso", come si dice avesse ammonito Plechanov. Questo nel 1917 avrebbe riscosso lo stragrande consenso di tutti i marxisti, compresa la maggior parte dei marxisti russi. D'altra parte l'argomentazione contraria ai cosiddetti "marxisti legali" degli anni Novanta dell'Ottocento, che come Attali ritenevano che il compito principale dei marxisti fosse quello di sviluppare un fiorente capitalismo in Russia, era altrettanto empirica: una Russia liberale e capitalista non sarebbe stata possibile nemmeno sotto lo zarismo.
Eppure numerosi aspetti centrali dell'analisi di Marx rimangono validi e rilevanti. Il primo, ovviamente,  l'analisi dell'irresistibile dinamica globale dello sviluppo economico capitalistico e la sua capacit di distruggere tutto ci che era venuto prima, comprese quelle parti dell'eredit del passato umano da cui il capitalismo stesso aveva tratto beneficio, come le strutture famigliari. Il secondo  l'analisi del meccanismo della crescita capitalistica attraverso l'emergere di "contraddizioni" interne, infiniti periodi di tensione e soluzioni temporanee, una crescita che conduce a crisi e cambiamento, il tutto foriero di concentrazione economica in una societ sempre pi globalizzata. Mao sognava una societ costantemente rinnovata da una rivoluzione permanente; il capitalismo ha realizzato questo progetto per mezzo del cambiamento storico attraverso ci che Schumpeter (seguendo Marx) ha definito perenne "distruzione creativa". Marx credeva che questo processo avrebbe infine condotto, avrebbe dovuto condurre, a un'economia enormemente concentrata - il che  esattamente quello che intendeva Attali quando, in una recente intervista, ha detto che il numero di persone che ne governano le sorti  nell'ordine di mille o al massimo diecimila. Marx credeva che questo avrebbe portato alla sostituzione del capitalismo, una previsione che a me suona ancora plausibile, seppur in maniera diversa da quella che lui aveva immaginato.
D'altronde la sua predizione che tale sostituzione si sarebbe compiuta mediante l'"esproprio degli espropriatori" attraverso un vasto proletariato che avrebbe condotto al socialismo, non si basava sulla sua analisi dei meccanismi del capitalismo, ma su assunzioni aprioristiche. Era fondata soprattutto sulla previsione che l'industrializzazione avrebbe prodotto popolazioni largamente impiegate in lavori manuali, come stava accadendo all'epoca in Inghilterra. Come sappiamo, questa era una previsione abbastanza corretta a medio, ma non a lungo termine. N si aspettavano, Marx ed Engels, che dopo gli anni Quaranta dell'Ottocento l'industrializzazione avrebbe causato quella pauperizzazione politicamente radicalizzante che avevano auspicato. Come appariva ovvio a entrambi, grandi settori del proletariato non si stavano affatto impoverendo. Anzi, un osservatore americano del solidamente proletario Congresso del Partito socialdemocratico tedesco all'inizio del Novecento, not che i compagni presenti sembravano "una pagnotta o due al di sopra della povert". D'altro canto, la palese crescita dell'ineguaglianza economica tra parti diverse del mondo e tra le classi non produce necessariamente l'"esproprio degli espropriatori" di Marx. Insomma, all'interno della sua analisi erano state lette le speranze per il futuro, che per non derivavano da essa.
Il terzo aspetto  meglio spiegato dalle parole di Sir John Hicks, premio Nobel per l'economia. "La maggior parte di coloro che desiderano far quadrare bene un percorso storico generale," ha scritto "useranno le categorie marxiste o qualche versione modificata di esse, dal momento che le versioni alternative offrono ben poco."
Non possiamo prevedere le soluzioni ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo, ma se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo le risposte dei suoi vari discepoli.
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* Gioco di parole sull'omonimia con i famosi grandi magazzini Marks & Spencer (N.d.T.)
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CAPITOLO 2. Marx, Engels e il socialismo premarxiano.
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1.
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Marx ed Engels giunsero relativamente tardi al comunismo. Engels si dichiar comunista verso la fine del 1842, Marx probabilmente non prima dell'ultima parte del 1843, dopo una pi prolungata e complessa resa dei conti con il liberalismo e la filosofia di Hegel. Anche in Germania, un Paese arretrato dal punto di vista politico, non furono i primi. Gli Handwerksgesellen, operai qualificati tedeschi che lavoravano all'estero, erano gi entrati in contatto con movimenti comunisti organizzati e avevano espresso il primo teorico nazionale tedesco, il sarto Wilhelm Weitling, il cui primo lavoro era stato pubblicato nel 1838 (Die Menschheit, wie sie ist und wie sie sein sollte). Tra gli intellettuali, Moses Hess aveva preceduto, e anzi affermava di aver convertito, il giovane Friedrich Engels. La questione della priorit nel comunismo tedesco  tuttavia irrilevante. Nei primi anni Quaranta dell'Ottocento in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, gi da qualche tempo esisteva un fiorente movimento socialista e comunista, sia teorico sia pratico. Quanto sapevano di questi movimenti i giovani Marx ed Engels? Che cosa dovevano loro? In che rapporto si pone il loro socialismo rispetto a quello dei loro predecessori e contemporanei? Sono questi i temi che verranno discussi nel presente capitolo.
Prima di procedere  il caso per di sgombrare rapidamente il campo dalle figure preistoriche della teoria comunista, sebbene di solito gli storici del socialismo rendano loro omaggio, poich anche ai rivoluzionari piace avere i propri antenati. Il socialismo moderno non deriva da Platone o Thomas More, e nemmeno da Campanella, bench il giovane Marx fosse rimasto impressionato dalla Citt del sole al punto da pensare di includerla in una "Biblioteca dei pi eccellenti scrittori socialisti stranieri", un progetto concepito assieme a Engels e Hess nel 1845 e poi abbandonato.1 Lavori del genere destavano un certo interesse nei lettori del XIX secolo, poich una delle difficolt principali della teoria comunista, per gli "intellettuali urbani" era comprendere l'effettivo funzionamento della societ comunista, che non sembrava avere precedenti, ed era difficile da rendere plausibile. Anzi, il titolo del libro di More divenne il termine utilizzato per descrivere qualsiasi tentativo di delineare la societ ideale del futuro, che nell'Ottocento significava soprattutto una societ comunista: utopia. E visto che almeno un comunista utopista, tienne Cabet (1788-1856), era un ammiratore di More, il termine non era affatto fuori luogo. Ciononostante, la normale procedura seguita dai pionieri del socialismo e del comunismo all'inizio del XIX secolo, se adeguatamente dediti allo studio, non consisteva nel ricavare le proprie idee da qualche autore remoto, bens, accingendosi a elaborare la propria critica della societ o utopia, nello scoprire l'importanza di qualche precedente architetto teorico di repubbliche ideali, oppure nel farsene coinvolgere, per poi utilizzarlo ed elogiarlo. Nel Settecento la moda della letteratura utopistica, non necessariamente comunista, aveva reso le opere di questo tipo sufficientemente note.
N tra gli ispiratori delle idee socialiste e comuniste moderne figuravano i numerosi esempi storici di organizzazioni cristiane comuniste, malgrado i vari livelli di familiarit che potevano avere con esse. Riguardo a quelle pi antiche (come i discendenti degli anabattisti del XVI secolo), non  neanche chiaro fino a che punto fossero conosciute. Di certo il giovane Engels, che citava diverse di queste comunit come prova che il comunismo era praticabile, si limit a esempi relativamente recenti: gli shakers (che egli considerava "le prime persone che in America e nel mondo in generale hanno fatto nascere una societ sulla base della comunit dei beni"),2 i "rappiti" e i "separatisti". Nella misura in cui questi erano conosciuti, confermavano soprattutto un desiderio di comunismo gi esistente, pi di quanto non lo ispirassero.
Non  possibile liquidare in modo cos sommario le antiche tradizioni filosofiche e religiose che, con la crescita del capitalismo moderno, avevano acquisito o rivelato un nuovo potenziale di critica sociale, o ne attestavano uno gi affermato, poich il modello rivoluzionario di una societ liberal-economica contraddistinto da un individualismo sfrenato entrava in conflitto con i valori sociali di pressoch tutte le comunit di uomini e donne note fino ad allora. Per la minoranza istruita - alla quale appartenevano quasi tutti i socialisti, come qualunque altro teorico sociale - le comunit erano incarnate da una catena o rete di filosofi e pensatori, e in particolare da una tradizione della legge di natura che risaliva fino all'antichit classica. Sebbene alcuni filosofi del Settecento fossero impegnati a modificare simili tradizioni al fine di adattarle alle nuove aspirazioni di una societ liberal-individualistica, la filosofia aveva ereditato dal passato un forte comunitarismo o persino, in svariati casi, la convinzione che una societ senza propriet privata fosse in un certo senso pi "naturale", o comunque storicamente anteriore a una caratterizzata dalla propriet privata. Tale aspetto era ancora pi marcato nell'ideologia cristiana: niente di pi facile che vedere nel Cristo del Sermone della montagna il "primo socialista" o comunista; e sebbene la maggioranza dei primi teorici socialisti non fosse cristiana, in seguito molti membri dei movimenti socialisti trovarono utile questa riflessione. Nella misura in cui queste idee erano espresse da testi in successione, ciascuno dei quali commentava, integrava e criticava i precedenti ed era parte dell'educazione formale e informale dei teorici sociali, l'idea di una "societ buona" - e, nello specifico, una societ non basata sulla propriet privata - rappresentava quanto meno una componente marginale del loro bagaglio intellettuale.  facile ridere di Cabet, il quale elenca un'enorme sfilza di pensatori, da Confucio a Sismondi, passando per Licurgo, Pitagora, Socrate, Platone, Plutarco, Bossuet, Locke, Helvtius, Raynal e Benjamin Franklin, quasi a voler riconoscere nel proprio comunismo il realizzarsi delle loro idee fondamentali; e infatti Marx ed Engels dileggiarono una simile genealogia intellettuale nell'Ideologia tedesca.3 Tuttavia, essa rappresenta un genuino elemento di continuit tra la critica tradizionale dei mali della societ e la nuova critica dei mali della societ borghese: almeno per chi era istruito.
Nella misura in cui simili testi e tradizioni pi antiche incarnavano concetti comunitari, in effetti rispecchiavano qualcosa dei potenti elementi presenti nelle societ preindustriali europee, soprattutto rurali, e dei tratti comunitari ancor pi manifesti nelle societ esotiche con le quali gli europei erano entrati in contatto a partire dal XVI secolo. Lo studio di tali societ esotiche e "primitive" svolse un ruolo importante nella formazione della critica sociale occidentale, in particolare nel XVIII secolo, come attesta la tendenza a idealizzarle in contrasto con quelle "civilizzate", sia nella forma del "buon selvaggio", del libero contadino svizzero o corso, sia in altri modi. Come minimo, per esempio Rousseau e altri pensatori del Settecento, sostenevano che la civilt implicasse anche la corruzione di una qualche precedente, e per certi versi pi giusta, egalitaria e benevola, condizione umana. Si poteva altres affermare che simili societ di "comunismo primitivo", antecedenti all'istituzione della propriet privata, fornivano un modello di ci a cui le societ del futuro avrebbero dovuto ancora una volta aspirare, e la prova che non era impraticabile. Questa linea di pensiero  senza dubbio presente nel socialismo del XIX secolo, e non meno nel marxismo; paradossalmente per emerge con maggior forza verso la fine del secolo che non nei primi decenni, forse in ragione della familiarit e dell'interesse crescenti di Marx ed Engels per le istituzioni comunitarie primitive.4 Con l'eccezione di Fourier, i primi socialisti e comunisti non mostrano la tendenza a guardare indietro, anche solo con la coda dell'occhio, verso una "felicit primitiva" che potesse in qualche modo servire come modello per la beatitudine futura del genere umano; e questo nonostante il fatto che il modello pi comune per la costruzione speculativa delle societ perfette, dal XVI al XVIII secolo, fosse stato il romanzo utopistico, che aveva la pretesa di raccontare quello che il viaggiatore aveva incontrato nel corso di qualche viaggio verso zone sperdute della Terra. Nella lotta fra tradizione e progresso, fra il primitivo e il civilizzato, essi erano saldamente schierati da una parte. Persino Fourier, il quale identificava la condizione umana primitiva dell'uomo con l'Eden, credeva nell'ineluttabilit del progresso.
La parola "progresso" ci porta a quella che fu chiaramente la matrice intellettuale principale delle prime critiche socialiste e comuniste della societ, ossia l'Illuminismo (in particolare quello francese) del XVIII secolo. Almeno questa era la ferma opinione di Engels,5 che ne sottolineava soprattutto il sistematico razionalismo. La ragione forniva la base di qualunque azione umana e della formazione della societ, nonch gli standard secondo i quali "tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate" dovevano essere respinte. "D'ora in poi la superstizione, l'ingiustizia, il privilegio e l'oppressione dovevano essere soppiantati dalla verit eterna, dalla giustizia eterna, dall'eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell'uomo."6 Il razionalismo illuministico implicava un approccio fondamentalmente critico alla societ, compresa logicamente la societ borghese. Eppure le varie scuole e correnti dell'Illuminismo fornirono pi di un semplice manifesto per la critica sociale e il cambiamento rivoluzionario. Da esse ebbe origine la fede nella capacit dell'uomo di migliorare le sue condizioni e anche - come con Turgot e Condorcet - nella sua perfettibilit. Crebbe la fiducia nella storia umana come progresso verso quella che dovr essere infine la migliore societ possibile, e nei criteri sociali pi concreti della ragione in generale con i quali giudicare le societ. I diritti naturali dell'uomo non erano semplicemente la vita e la libert, ma anche "la ricerca della felicit", che i rivoluzionari, riconoscendone giustamente la novit storica (con Saint-Just), trasformarono nella convinzione che "la felicit  il solo fine della societ".7 Persino nella loro forma pi borghese e individualista, simili approcci rivoluzionari avrebbero contribuito a incoraggiare una critica socialista della societ, quando i tempi fossero stati propizi. Sarebbe difficile, oggi, considerare Jeremy Bentham un socialista di qualunque tipo: eppure, da giovani, Marx ed Engels (forse pi il secondo che il primo) videro Bentham come un nesso fra il materialismo di Helvtius e Robert Owen. Quest'ultimo "partendo dal sistema di Bentham fonda il comunismo inglese", mentre "soltanto il proletariato e il socialismo sono riusciti a sviluppare da lui elementi di progresso".8 Anzi, entrambi arrivarono al punto di proporre l'inclusione di Bentham nella loro progettata "Biblioteca dei pi eccellenti scrittori socialisti stranieri",9 se non altro perch vi avevano gi inserito La giustizia politica di William Godwin.
Il debito specifico di Marx nei confronti delle scuole di pensiero prodotte durante l'Illuminismo - per esempio nell'ambito dell'economia politica e della filosofia - non ha bisogno qui di essere discusso. Resta il fatto che Marx ed Engels videro a ragione i loro predecessori, i socialisti "utopisti" e i comunisti, come appartenenti all'Illuminismo. Se facevano risalire la tradizione socialista a prima della Rivoluzione francese, era per rivolgersi ai materialisti filosofici d'Holbach ed Helvtius e ai comunisti illuministi Morelly e Mably, gli unici nomi di quell'epoca (con l'eccezione di Campanella) a figurare nella loro "Biblioteca".
Ciononostante, bench non sembri aver avuto una grande influenza diretta su Marx ed Engels, c' un pensatore in particolare il cui ruolo nella formazione della pi tarda teoria socialista va brevemente preso in esame: Jean-Jacques Rousseau.  arduo definire Rousseau un socialista, poich, pur avendo elaborato quella che sarebbe diventata la versione pi popolare della tesi secondo cui la propriet privata  la fonte di ogni disuguaglianza sociale, non afferm che la societ giusta debba statalizzare la propriet, ma solamente che  tenuta ad assicurarne un'equa distribuzione. Sebbene fosse d'accordo su questo punto, non svilupp dettagliatamente nemmeno il concetto teorico per il quale "la propriet  un furto", che sarebbe stato pi tardi divulgato da Proudhon, ma che - come testimonia la sua elaborazione da parte del girondino Brissot - a sua volta non sottintendeva il socialismo.10 Su Rousseau, tuttavia, occorre fare due osservazioni. Primo, l'idea che l'uguaglianza sociale debba fondarsi sulla propriet comune della ricchezza e sulla regolamentazione centrale di tutto il lavoro produttivo  uno sviluppo naturale della tesi di Rousseau. Secondo, e ancora pi importante, l'influsso politico dell'egualitarismo di Rousseau sulla sinistra giacobina, dalla quale emersero i primi movimenti comunisti moderni,  innegabile. Babeuf si appell a Rousseau.11 Il comunismo del quale quando ne vennero a conoscenza per la prima volta Marx ed Engels aveva uguaglianza come suo slogan centrale;12 e Rousseau ne era il teorico pi influente. Nella misura in cui il socialismo e il comunismo nei primi anni Quaranta dell'Ottocento erano francesi, e in gran parte lo erano, l'egualitarismo di stampo rousseauiano ne era una delle componenti originarie. N va dimenticata l'influenza di Rousseau sulla filosofia tedesca classica.
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Come gi detto, l'ininterrotta storia del comunismo in quanto movimento sociale moderno inizia con la corrente di sinistra della Rivoluzione francese. Una linea genealogica diretta collega la "congiura degli Uguali" di Babeuf, attraverso Buonarroti, alle societ rivoluzionarie di Blanqui degli anni Trenta dell'Ottocento. E a loro volta queste ultime, attraverso la "Lega dei Giusti" - in seguito "Lega dei Comunisti" - degli esuli tedeschi da esse ispirati, sono collegate a Marx ed Engels, che per conto della Lega stesero il Manifesto del partito comunista.  ovvio quindi che la progettata "Biblioteca" del 1845 di Marx ed Engels si sarebbe dovuta aprire con due filoni della letteratura "socialista": con Babeuf e Buonarroti (a seguito di Morelly e Mably) a rappresentare la corrente apertamente comunista, e dall'altra con i critici di sinistra dell'uguaglianza formale della Rivoluzione francese e gli Enrags (il "Cercle social", Hbert, Jacques Roux, Leclerc). Eppure, l'interesse teorico verso quello che Engels avrebbe chiamato "un comunismo ascetico, che vi si collegava a Sparta"13 non era grande. Nemmeno gli autori comunisti degli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento sembrano aver fatto molta impressione come teorici su Marx ed Engels. Anzi, Marx sostenne che, proprio per la rozzezza e l'unilateralit dei suoi primi teorici, "non a caso il comunismo ha visto sorgere dinanzi a s altre dottrine socialiste, come quelle di Fourier, Proudhon ecc., ma necessariamente".14 Sebbene Marx avesse letto i loro scritti - anche quelli di figure minori come La Hautire (1813-82) e Pillot (1809-77) -, doveva ben poco alla loro analisi sociale, che era significativa soprattutto per la formulazione della lotta di classe come conflitto tra i "proletari" e i loro sfruttatori.
Tuttavia, l'importanza del comunismo babuvista e neobabuvista era duplice. In primo luogo, a differenza della maggior parte della teoria socialista utopica, era profondamente radicato nella politica, e dunque incarnava non soltanto una teoria della rivoluzione, bens una dottrina della prassi politica, di organizzazione, di strategia e di tattica, per quanto limitata. I suoi rappresentanti principali negli anni Trenta, Laponneraye (1808-49), La Hautire, Dzamy, Pillot e soprattutto Blanqui, erano attivi rivoluzionari. Questo, assieme al loro organico collegamento con la storia della Rivoluzione francese, che Marx studi approfonditamente, li rendeva assai importanti per lo sviluppo del suo pensiero. In secondo luogo, sebbene gli autori comunisti fossero perlopi intellettuali marginali, il movimento comunista degli anni Trenta dell'Ottocento, comprensibilmente, attirava i lavoratori. Questo fatto, notato da Lorenz von Stein, fece senza dubbio una grande impressione su Marx ed Engels; quest'ultimo in seguito ricord il carattere proletario del movimento comunista degli anni Quaranta come distinto da quello della maggior parte del socialismo utopico.15 Per di pi, fu da questo movimento francese, che aveva adottato il nome di "comunista" attorno al 1840,16 che i comunisti tedeschi, inclusi Marx ed Engels, presero il nome della loro dottrina.
Il comunismo che emerse negli anni Trenta dalla tradizione neobabuvista, essenzialmente politica e rivoluzionaria della Francia, si fuse con la nuova esperienza del proletariato nella societ capitalista degli inizi della Rivoluzione industriale. Fu questo a farne un movimento "proletario", per quanto piccolo. Nella misura in cui le idee comuniste si basavano direttamente su questa esperienza, era assai probabile che subissero l'influenza dal Paese nel quale gi esisteva una classe operaia industriale come fenomeno di massa, cio la Gran Bretagna. Non  dunque un caso se il pi importante dei teorici comunisti francesi dell'epoca, tienne Cabet (1788-1856) fosse ispirato non dal neobabuvismo, bens dalle sue esperienze in Inghilterra durante gli anni Trenta, e specialmente da Robert Owen, e pertanto appartenga piuttosto alla corrente socialista utopica. Eppure, per quanto la nuova societ industriale e borghese potesse essere analizzata da qualsiasi pensatore all'interno delle regioni direttamente trasformate dall'uno o dall'altro aspetto della "duplice rivoluzione" della borghesia - la Rivoluzione francese e la Rivoluzione industriale (britanni ca) -, quest'analisi non era cos direttamente collegata con l'esperienza vera e propria dell'industrializzazione. Essa fu, in effetti, intrapresa simultaneamente e indipendentemente sia in Gran Bretagna sia in Francia, e costituisce una base fondamentale per lo sviluppo successivo del pensiero di Marx ed Engels.  lecito osservare, tra l'altro, che grazie ai legami di Engels con l'Inghilterra, il comunismo marxiano fu sin dall'inizio sotto l'influenza intellettuale sia britannica sia francese, mentre il resto della sinistra comunista e socialista tedesca era a conoscenza solo degli sviluppi francesi, e poco altro.17
A differenza della parola "comunista", che aveva sempre significato un programma, la parola "socialista" era prima di tutto analitica e critica. La si utilizzava per descrivere coloro che avevano una particolare idea della natura umana (per esempio, l'importanza fondamentale della "socievolezza" o degli "istinti sociali" in essa), che presupponeva una particolare concezione della societ umana, o chi credeva nella possibilit o necessit di un modo particolare di azione sociale, soprattutto in questioni di pubblico interesse (come l'intervento nelle operazioni del libero mercato). Presto ci si rese conto che tali idee avrebbero probabilmente attratto quanti erano a favore dell'uguaglianza, come i discepoli di Rousseau, inducendoli a svilupparle, e che avrebbero finito per causare delle interferenze con i diritti di propriet - una tesi gi sostenuta dagli oppositori settecenteschi italiani dell'Illuminismo e dei "socialisti".18 Questi concetti, per, non venivano identificati appieno con una societ fondata sulla propriet e con una gestione totalmente collettiva dei mezzi di produzione. Anzi, una tale identificazione nell'uso comune non fu del tutto raggiunta fino all'emergere dei partiti politici socialisti, verso la fine del XIX secolo, e c' chi sostiene che forse nemmeno oggi la si pu considerare completata. Ecco perch vi furono individui chiaramente non socialisti (in senso moderno) i quali, anche nel tardo Ottocento, poterono definirsi o esser definiti come "socialisti", come nel caso dei "socialisti della cattedra" (Kathedersozialisten) tedeschi o di quel politico liberale britannico che dichiar: "Ora siamo tutti socialisti".* Quest'ambiguit programmatica si estendeva perfino a movimenti considerati socialisti dai socialisti stessi. Non va dimenticato che una delle maggiori scuole di ci che Marx ed Engels chiamavano "socialismo utopico", i saintsimoniani, "si preoccupava pi della regolamentazione collettiva dell'industria che non della propriet cooperativa della ricchezza".19 Gli owenisti - che per primi usarono la parola in Inghilterra (nel 1826), pur definendosi "socialisti" solo svariati anni dopo - descrivevano la societ a cui aspiravano come una societ di "cooperazione".Tuttavia, in una societ nella quale il contrario di "socialismo", cio "individualismo",20 implicava uno specifico modello liberal-capitalista di economia di mercato competitiva e illimitata, era naturale che anche "socialismo" dovesse recare in s una connotazione programmatica. Avrebbe dovuto essere il nome generico per tutte le aspirazioni a organizzare la societ su un modello associazionistico o cooperativo, basato cio su una propriet cooperativa invece che privata. La parola continu a restare imprecisa, sebbene, dagli anni Trenta dell'Ottocento in poi, fosse associata principalmente alla riforma pi o meno fondamentale della societ in questo senso. I suoi fautori andavano dai riformatori sociali agli eccentrici.
Del primo socialismo vanno dunque distinti due aspetti: quello critico e quello programmatico. Quello critico consisteva in due elementi: una teoria della natura umana e della societ, derivata principalmente da varie correnti settecentesche di pensiero, e un'analisi della societ prodotta dalla "duplice rivoluzione", a volte nel quadro di una visione dello sviluppo storico o di "progresso". Il primo di questi non interessava granch Marx ed Engels, se non nella misura in cui conduceva (nel pensiero britannico piuttosto che in quello francese) all'economia politica, e ci torneremo pi avanti. Il secondo li influenz in modo considerevole. L'aspetto programmatico si componeva anch'esso di due elementi: una variet di proposte per creare una nuova economia sulla base della cooperazione, in casi estremi attraverso la creazione di comunit comuniste, e, in secondo luogo, un tentativo di riflettere sulla natura e le caratteristiche della societ ideale che sarebbe stata in tal modo realizzata. Anche in questo caso, il primo elemento non suscitava che scarso interesse in Marx ed Engels, i quali consideravano - a ragione - la creazione di comunit utopistiche trascurabile dal punto di vista politico, come infatti era. Non divent mai un movimento di importanza pratica al di fuori degli Stati Uniti, dove era abbastanza diffuso sia in forma laica che religiosa. Tutt'al pi aveva lo scopo di illustrare la fattibilit del comunismo. Quanto alle forme di associazionismo e cooperazione politicamente pi influenti e che costituivano una sostanziale attrattiva sia per gli artigiani sia per gli operai specializzati francesi e inglesi, o Marx ed Engels al tempo ne erano poco informati (per esempio i labour exchanges owenisti degli anni Trenta dell'Ottocento) oppure ne diffidavano. In modo retrospettivo, Engels paragon i labour bazaars di Owen alle proposte di Proudhon.21 Nella particolarmente fortunata Organisation du travail di Louis Blanc (dieci edizioni, 1839-48) di certo non sono considerate importanti e, nella misura in cui lo erano, Marx ed Engels vi si opposero.
D'altra parte, le riflessioni utopistiche sulla natura della societ comunista influenzarono Marx ed Engels in maniera notevole, bench la loro ostilit all'abbozzo di simili programmi per il futuro comunista abbia indotto svariati commentatori successivi a sottovalutare tale influenza. Quasi tutto quello che Marx ed Engels hanno detto circa la forma concreta della societ comunista  basato sui primi scritti utopistici - per esempio l'abolizione della distinzione tra citt e campagna (derivata, secondo Engels, da Fourier e Owen)22 e l'abolizione dello Stato (da Saint-Simon)23 - oppure su una discussione critica di temi utopistici.
Il socialismo premarxiano  quindi incorporato nei successivi lavori di Marx ed Engels, ma in forma doppiamente distorta. Essi fecero un uso assai selettivo dei loro predecessori, inoltre i loro scritti pi tardi non riflettono necessariamente l'impatto che i primi socialisti ebbero sulla loro formazione. Cos, il giovane Engels era chiaramente assai meno convinto dai saintsimoniani che non l'Engels maturo, mentre i riferimenti a Cabet, che non figura affatto nell'Anti-Dhring, erano frequenti negli scritti prima del 1846.24
Tuttavia, Marx ed Engels evidenziarono, fin dal principio o quasi, tre pensatori "utopisti" come particolarmente importanti: Saint-Simon, Fourier e Robert Owen. Da questo punto di vista, l'ultimo Engels mantenne il giudizio dei primi anni Quaranta.25 Owen spicca leggermente rispetto agli altri due, e non soltanto perch era stato di certo presentato a Marx (che difficilmente avrebbe potuto conoscerlo, dato che i suoi lavori non erano ancora stati tradotti) da Engels, il quale era in stretto contatto con il movimento owenista in Inghilterra. A differenza di Saint-Simon e Fourier, Owen  solitamente descritto dai Marx ed Engels dei primi anni Quaranta come un "comunista". Engels, allora come in seguito, era soprattutto colpito dal buon senso pratico e dal piglio affarista con cui aveva progettato le sue comunit utopistiche ("anche dal punto di vista di uno specialista ben poco si pu dire contro l'organizzazione particolare").26 Di Owen gli piaceva senz'altro anche l'irriducibile ostilit verso i tre grandi ostacoli alla riforma sociale, "la propriet privata, la religione e la forma attuale del matrimonio".27 Inoltre, il fatto che Owen, lui stesso un imprenditore capitalista e proprietario di una fabbrica, criticasse la societ borghese della Rivoluzione industriale, conferiva alla sua critica una specificit che mancava ai socialisti francesi. (Del fatto che questi avesse anche, negli anni Venti e Trenta, ottenuto un considerevole appoggio da parte della classe operaia, non sembra che Engels - il quale conosceva solamente i socialisti owenisti degli anni Quaranta - si fosse reso conto.)28 Ciononostante, Marx riteneva che da un punto di vista teoretico Owen fosse senza dubbio inferiore ai francesi.29 Nei suoi scritti, come in quelli degli altri socialisti britannici che Marx studi in seguito, il maggiore interesse consisteva nella loro analisi economica del capitalismo, cio nella maniera in cui traevano conclusioni socialiste dalle premesse e dagli argomenti dell'economia politica borghese.
"In Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute, grazie alla quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente economiche dei socialisti venuti pi tardi."30 Non c' dubbio che il giudizio posteriore di Engels rifletta il considerevole debito del marxismo nei confronti del saintsimonismo, sebbene, piuttosto stranamente, non vi siano grandi riferimenti alla scuola saintsimoniana (Bazard, Enfantin, ecc.) che trasform effettivamente le brillanti ma ambigue intuizioni del maestro in qualcosa di simile a un sistema socialista. La straordinaria influenza di Saint-Simon (1759-1825) su una congerie di talenti significativi e spesso brillanti, non solo in Francia ma anche all'estero (Carlyle, 
J. S. Mill, Heine, Liszt,)  un fatto della storia culturale europea nell'epoca del Romanticismo non sempre facile da comprendere da coloro che oggi ne leggono gli scritti. Se questi contengono una dottrina coerente, essa consiste nell'importanza centrale dell'industria che deve trasformare gli elementi genui namente produttivi della societ nei suoi controllori sociali e politici, e plasmare cos il futuro della societ: una teoria della Rivoluzione industriale. Gli "industriali" (un termine di conio saintsimoniano) costituiscono la maggioranza della popolazione e annoverano gli imprenditori produttivi, inclusi soprattutto i banchieri, gli scienziati, gli innovatori tecnologici e altri intellettuali, e i lavoratori. Nella misura in cui riguardano questi ultimi - i quali incidentalmente fungono da serbatoio dal quale si reclutano i primi -, le dottrine di Saint-Simon attaccano la povert e la disuguaglianza sociale; allo stesso tempo egli respinge totalmente i princpi di libert e uguaglianza della Rivoluzione francese in quanto individualistici e forieri di concorrenza e anarchia economica. L'obiettivo delle istituzioni sociali  di "far concorrere le principali istituzioni per il miglioramento del benessere dei proletari", definiti semplicemente "la classe pi numerosa".31 D'altra parte, in quanto imprenditori e pianificatori, gli "industriali" non si oppongono soltanto alle oziose e parassitarie classi dominanti, ma anche all'anarchia del capitalismo borghese liberale, di cui Saint-Simon fornisce una prima critica. In lui  implicito il riconoscimento che l'industrializzazione  fondamentalmente incompatibile con una societ non pianificata.
L'emergere della "classe industriale"  il risultato della storia. Quanto le idee di Saint-Simon fossero effettivamente sue, e quanto invece influenzate dal suo segretario, lo storico Augustin Thierry (1814-17), non ci deve preoccupare. In ogni caso i sistemi sociali sono determinati dal modo in cui  organizzata la propriet, l'evoluzione storica si basa sullo sviluppo del sistema produttivo, e il potere della borghesia sul possesso dei mezzi di produzione. Saint-Simon pare aver avuto un'idea abbastanza semplice della storia francese come lotta di classe, risalente alla conquista della Gallia da parte dei Franchi, ed elaborata dai suoi seguaci in una storia pi specifica delle classi sfruttate, che anticipa Marx: gli schiavi sono seguiti dai servi, e questi da proletari nominalmente liberi ma privi di propriet. A proposito della storia dei suoi tempi, Saint-Simon fu tuttavia pi preciso. Come successivamente Engels not con ammirazione, egli vide la Rivoluzione francese come una lotta di classe tra la nobilt, la borghesia e le masse senza propriet (i suoi seguaci estesero questo concetto affermando che la Rivoluzione aveva liberato i borghesi, ma che ora era venuto il momento di liberare i proletari).
A parte la storia, Engels evidenzi altre due grandi intuizioni: la subordinazione e anzi, in ultima istanza, l'assorbimento della politica nell'economia, e la conseguente abolizione dello Stato nella societ del futuro: l'"amministrazione delle cose" che soppianta il "governo degli uomini". A prescindere dal fatto che questa frase saintsimoniana si trovi o meno fra gli scritti del fondatore della scuola, in essi il concetto  gi chiaramente presente. Del resto, tutta una serie di concetti divenuti parte del marxismo, come di tutto il socialismo successivo, pu essere fatta risalire alla scuola saintsimoniana, sebbene forse non esplicitamente allo stesso Saint-Simon. "Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo"  una sua frase, come pure la formula leggermente modificata da Marx per descrivere il principio distributivo della prima fase del comunismo: "Da ciascuno secondo le sue capacit; a ciascuno secondo il suo lavoro". Lo stesso vale per la frase, ripresa da Marx nell'Ideologia tedesca, secondo cui "a tutti gli uomini dev'essere assicurato lo sviluppo delle loro capacit naturali". Il marxismo, insomma, ha un debito cospicuo nei confronti di Saint-Simon, bench la natura esatta di tale debito sia di difficile definizione, dal momento che non  sempre agevole distinguere quello saintsimoniano da altri contributi contemporanei. Cos la scoperta della lotta di classe nella storia avrebbe potuto essere fatta facilmente da chiunque avesse studiato, o anche solo vissuto la Rivoluzione francese. Fu infatti attribuita da Marx agli storici borghesi della Restaurazione. Al tempo stesso, per, il pi importante di questi (dal punto di vista di Marx), Augustin Thierry, era stato, come si  visto, strettamente collegato a Saint-Simon in un certo periodo della sua vita. Comunque lo si voglia definire, questo influsso non pu in ogni caso essere messo in discussione. Il trattamento uniformemente favorevole riservato a Saint-Simon da Engels, il quale di lui notava che "era sicuramente danneggiato dalla ricchezza del suo pensiero", e che lo paragon addirittura a Hegel come "la mente pi universale della sua epoca", parla da solo.32
L'Engels maturo elogiava Charles Fourier (1772-1837) soprattutto per tre ragioni: in quanto brillante, arguto e feroce critico della societ borghese, o piuttosto del comportamento borghese,33 per il suo sostegno alla causa della liberazione della donna, e per la sua concezione della storia essenzialmente dialettica (l'ultimo punto sembra appartenere pi a Engels che a Fourier). Eppure il primo impatto che il pensiero di Fourier ebbe su di lui, e che forse ha lasciato le tracce pi profonde nel socialismo marxiano, fu la sua analisi del lavoro. Il contributo di Fourier alla tradizione socialista era caratterizzato da idiosincrasie. A differenza di altri socialisti, era sospettoso verso il progresso e condivideva la convinzione rousseauiana che l'umanit avesse in qualche modo preso la direzione sbagliata nell'abbracciare la civilt. Diffidava dell'industria e del progresso tecnologico, sebbene fosse disposto ad accettarli e utilizzarli, convinto che non si potesse far girare all'indietro la ruota della storia. Inoltre, nutriva dei dubbi - non diversamente, sotto questo aspetto, da svariati altri utopisti nei confronti della sovranit popolare e della democrazia giacobine. Dal punto di vista filosofico era un ultraindividualista, per cui lo scopo supremo dell'umanit era il soddisfacimento di tutti gli impulsi psicologici degli individui e il raggiungimento del massimo godimento da parte del singolo. Per citare la prima impressione documentata che Engels ebbe di lui,34 dal momento che "ogni individuo ha un'inclinazione o predilezione per un certo tipo di lavoro, la somma di tutte le inclinazioni di tutti gli individui deve costituire, nel suo complesso, una forza adeguata a provvedere ai bisogni di tutti. Da questo principio segue che, se ogni individuo  lasciato libero di seguire la sua inclinazione a fare o a evitare ci che vuole, si potr provvedere ai bisogni di tutti" e dimostrava "che l'ozio assoluto  un nonsenso, qualcosa che non  mai esistito e che non pu esistere [...] Egli dimostra poi l'identit di lavoro e piacere e mette in luce l'irrazionalit dell'attuale sistema sociale che separa le due cose". L'insistenza di Fourier sul tema dell'emancipazione delle donne, con l'esplicito corollario di una liberazione sessuale radicale,  un'estensione logica - anzi, forse ne  il nucleo - della sua utopia della liberazione di tutti gli istinti e impulsi personali. Fourier non fu di certo l'unico femminista tra i primi socialisti, ma il suo impegno appassionato lo rese forse il pi vigoroso, e il suo influsso pu essere riscontrato nella svolta radicale dei saintsimoniani in questa direzione.
Lo stesso Marx era probabilmente pi consapevole di Engels del conflitto possibile tra la visione del lavoro di Fourier come soddisfazione essenziale di un istinto umano, identico al gioco, e il pieno sviluppo di tutte le capacit umane che sia lui sia Engels ritenevano sarebbe stato garantito dal comunismo, quantunque l'abolizione della divisione del lavoro (cio di una specializzazione funzionale permanente) potesse senz'altro produrre risultati interpretabili secondo linee fourieriste ("la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare").35
In effetti, Marx successivamente respinse in modo speci fico la concezione del lavoro di Fourier come "puro spasso, puro divertimento"36 e, cos facendo, rigett implicitamente l'equazione fourieriana tra realizzazione di s e liberazione degli istinti. I comunisti di Fourier erano donne e uomini cos come natura li aveva fatti, liberati da ogni repressione; le donne e gli uomini comunisti di Marx erano pi di questo. Ciononostante, il fatto che il Marx maturo riconsideri specificamente Fourier nella sua pi seria discussione del lavoro in quanto attivit umana testimonia l'importanza che ebbe per lui questo autore. Quanto a Engels, i suoi continui riferimenti in termini elogiativi a Fourier (per esempio nell'Origine della famiglia) attestano un influsso permanente, cos come una permanente simpatia per l'unico socialista utopista che ancora oggi pu essere letto con lo stesso senso di piacere, illuminazione ed esasperazione che si provava nei primi anni Quaranta dell'Ottocento.
I socialisti utopisti fornirono quindi una critica della societ borghese, i lineamenti di una teoria storica, la fiducia che il socialismo non era solo realizzabile, ma considerato necessario in quel momento storico, e un'abbondante riflessione su quale sarebbe stata l'organizzazione umana in una simile societ (compreso il comportamento umano individuale). Nondimeno presentavano lacune pratiche e teoriche sorprendenti. Avevano una debolezza pratica piccola e grande a un tempo. Erano immischiati, a dir poco, con vari tipi di eccentricit romantiche, che andavano da una perspicace tendenza visionaria ai disturbi psichici, dalla confusione mentale, non sempre scusabile con la sovrabbondanza di idee, a culti bislacchi e sette semireligiose di esaltati. Insomma, i loro seguaci tendevano a rendersi ridicoli e, come osserv il giovane Engels sui saintsimoniani, "in Francia ogni cosa che [...] sia stata messa in ridicolo  irrimediabilmente perduta".37 Marx ed Engels, mentre consideravano gli elementi fantastici nei grandi utopisti come l'inevitabile prezzo del genio o dell'originalit, difficilmente avrebbero potuto prospettare un ruolo pratico nella trasformazione socialista del mondo per dei gruppi di eccentrici che diventavano sempre pi strani e isolati.
In secondo luogo, punto ancora pi pertinente, erano per la maggior parte apolitici, e quindi nemmeno sul piano teorico fornivano un mezzo efficace con il quale si potesse ottenere una simile trasformazione. L'esodo verso le comunit comuniste non aveva maggiori probabilit di conseguire i risultati desiderati di quante non ne avessero avute i precedenti appelli di un Saint-Simon a Napoleone, allo zar Alessandro o ai grandi banchieri di Parigi. Gli utopisti (con l'eccezione dei saintsimoniani, il cui strumento prescelto, i dinamici imprenditori capitalisti, li aveva allontanati dal socialismo) non riconoscevano alcuna classe o gruppo particolare come veicolo delle proprie idee, e anche quando (come Engels ammise pi tardi nel caso di Owen) si rivolgevano ai lavoratori, il movimento proletario non aveva alcuna parte specifica nei loro piani, che erano indirizzati a tutti coloro che avrebbero dovuto riconoscere, senza in genere riuscirvi, l'ovvia verit che soltanto loro avevano scoperto. Eppure la propaganda dottrinale e l'istruzione, specie nella forma astratta che il giovane Engels aveva criticato nei seguaci britannici di Owen, da sole non avrebbero mai funzionato. In breve, come gli aveva chiaramente insegnato la sua esperienza britannica, "il socialismo inglese, che nelle sue basi supera di molto il comunismo francese, mentre nel suo sviluppo gli  inferiore, dovr per un istante ritornare alla piattaforma francese, per superarla pi tardi".38 Il punto di vista francese era quello della lotta di classe rivoluzionaria - e politica - del proletariato. Come vedremo, Marx ed Engels erano ancora pi critici nei confronti degli sviluppi non utopistici del primo socialismo, nelle loro varie forme di cooperazione e mutualismo.
Tra le numerose debolezze teoriche del socialismo utopico, una spiccava in maniera evidente: la sua mancanza di un'analisi economica della propriet privata che "i socialisti e i comunisti francesi, [...] avevano naturalmente non solo criticato [...], ma [...] avevano addirittura utopisticamente "soppressa" (auf-gehoben)",39 senza per analizzarla sistematicamente come base del sistema capitalistico e dello sfruttamento. Lo stesso Marx, stimolato dai giovanili Lineamenti di una critica dell'economia politica (1843-44) di Engels,40 era giunto alla conclusione che tale analisi dovesse costituire il nucleo della teoria comunista. Come ebbe a dire pi tardi, descrivendo il suo processo di sviluppo intellettuale, l'economia politica era "l'anatomia della societ civile".41 Nei socialisti "utopici" francesi questa mancava. Da qui la sua ammirazione e (nella Sacra famiglia, 1845) la sua estesa apologia di P.-J. Proudhon (1809-65), di cui aveva letto verso la fine del 1842 Che cos' la propriet? (1840) e che si era affrettato a lodare definendolo "rigorosissimo e acuto scrittore socialista".42 Affermare che Proudhon "influenz" Marx o contribu alla formazione del suo pensiero  un'esagerazione. Gi nel 1844 lo aveva paragonato come teorico, per certi versi in modo negativo, al sarto-comunista Wilhelm Weitling,43 la cui unica importanza risiedeva nel fatto di essere (al pari dello stesso Proudhon) un vero operaio. Tuttavia, pur considerando Proudhon una mente inferiore a Saint-Simon e Fourier, Marx ne apprezzava i progressi compiuti rispetto a questi ultimi, che avrebbe poi paragonato a quelli di Feuerbach rispetto a Hegel; e, malgrado l'avversione sempre pi aspra mostrata in seguito nei confronti di Proudhon e dei suoi seguaci, non cambi mai idea.44 Ci non tanto per via dei meriti dell'opera nel campo dell'economia, dal momento che "in una storia rigorosissimamente scientifica dell'economia politica quest'opera meriterebbe a malapena un accenno". In effetti, Proudhon non fu e non divent mai un economista serio. Marx lo elogi non perch avesse qualcosa da imparare da lui, ma perch lo vedeva come un precursore di quella "critica della economia politica" che lui stesso aveva rico nosciuto come il compito teorico centrale, e lo fece in modo pi che mai disinteressato perch Proudhon era al contempo un autentico operaio e una mente indiscutibilmente originale. Marx non dovette progredire molto nei suoi studi economici prima che le lacune della teoria di Proudhon lo colpissero con pi veemenza dei suoi meriti: esse sono stigmatizzate nella Miseria della filosofia (1847).
Tra gli altri socialisti francesi, nessuno esercit un'influenza significativa sul pensiero marxiano.
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La triplice fonte del socialismo marxiano  ben nota: il socialismo francese, la filosofia tedesca e l'economia politica britannica. Gi nel 1844 Marx aveva osservato qualcosa di simile a questa divisione internazionale del lavoro intellettuale all'interno del "proletariato europeo".45 Il presente capitolo si occupa delle origini del pensiero marxiano soltanto nella misura in cui questo sia ravvisabile nel pensiero socialista od operaio premarxiano, e di conseguenza tratta le idee economiche marxiste soltanto se e come queste abbiano origine o siano mediate da quel pensiero, oppure nella misura in cui Marx vi scopr delle anticipazioni della sua analisi. Ora, di fatto il socialismo inglese derivava intellettualmente dalla economia politica britannica classica attraverso due strade: tramite Owen, partendo dall'utilitarismo di Bentham, ma soprattutto grazie ai cosiddetti "socialisti ricardiani" (alcuni dei quali erano originariamente utilitaristi), in particolare William Thompson (1775-1833), John Gray (1799-1883), John Francis Bray (1809-97) e Thomas Hodgskin (1787-1869). Sono autori importanti, non soltanto per il loro uso della teoria del valore-lavoro di Ricardo nello sviluppare la tesi dello sfruttamento economico dei lavoratori, ma anche per i loro rapporti attivi con i movimenti socialisti (owenisti) e operai. A dire il vero, non esiste prova che nemmeno Engels conoscesse molti di questi scritti agli inizi degli anni Quaranta, e di certo Marx non aveva letto Hodgskin, "forse il pi convincente tra gli economisti socialisti prima di Marx",46 fino al 1851; dopodich espresse il suo apprezzamento con la sua consueta scrupolosit di studioso.47 Che questi autori avrebbero infine contribuito agli studi economici di Marx  forse un fatto pi noto di quanto non lo sia il contributo britannico, radicale piuttosto che socialista, alla teoria della crisi economica marxiana. Gi nel 1843-44, Engels ricav - a quanto sembra dalla History of the Middle and Working Classes di John Wade (1835) - 48 l'idea che le crisi a periodicit regolare fossero un aspetto integrante delle operazioni dell'economia capitalista, e la utilizz per criticare la legge di Say.
Se paragonato a questi legami con gli economisti britannici di sinistra, il debito di Marx verso quelli del continente  di minore entit. Nella misura in cui il socialismo francese aveva una teoria economica, questa si svilupp in relazione con i saintsimoniani, forse sotto l'influenza dell'economista svizzero eterodosso Sismondi (1773-1842), in special modo attraverso Constantin Pecqueur (1801-87), descritto come "un anello di collegamento tra il saintsimonismo e il marxismo" (da George Lichtheim). Entrambi furono tra i primi economisti a essere studiati in maniera approfondita da Marx fin dal 1844. Sismondi  citato di frequente, Pecqueur viene discusso nel terzo libro del Capitale. Nessuno dei due tuttavia compare nelle Teorie sul plusvalore, bench Marx a un certo punto fosse incerto se includervi Sismondi. I socialisti britannici ricardiani sono invece tutti presenti: Marx stesso fu, dopotutto, l'ultimo e di gran lunga il maggiore dei socialisti ricardiani.
Se abbiamo potuto accennare brevemente a ci che Marx approv o svilupp nelle teorie economiche di sinistra della sua epoca, dobbiamo altrettanto brevemente considerare che cosa rifiut. Rifiut quelli che riteneva "borghesi" (Manifesto) e pi tardi "piccolo-borghesi" o altrimenti mal indirizzati tentativi di affrontare i problemi del capitalismo con strumenti quali la riforma del credito, la manipolazione della circolazione monetaria, la riforma della rendita, le misure inibitorie della concentrazione capitalista attraverso l'abolizione dell'eredit o con altri mezzi, anche quando erano intesi a favorire non i singoli piccoli proprietari, bens le associazioni di lavoratori che operavano all'interno del capitalismo ed erano destinate alla fine a sostituirlo. Tali proposte erano assai diffuse a sinistra, compresa una parte del movimento socialista. L'ostilit di Marx nei confronti di Sismondi, che pure rispettava come economista, e di Proudhon, che invece non rispettava, come anche la sua critica a John Gray, derivano proprio da questo. Al tempo in cui lui ed Engels elaboravano le loro idee comuniste, non si soffermarono a lungo su queste debolezze nella teoria della sinistra contemporanea; peraltro, dalla met degli anni Quaranta in poi, sempre pi si videro costretti a dedicare loro una maggiore attenzione critica nella propria pratica politica, e di conseguenza anche nella teoria.
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4.
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Che dire del contributo tedesco alla formazione del loro pensiero? Economicamente e politicamente arretrata, la Germania della giovent di Marx non poteva vantare alcun socialista dal quale egli potesse imparare alcunch di importante e anzi, almeno fino al momento della conversione di Marx ed Engels al comunismo - e in una certa misura senz'altro fino a dopo il 1848 -, sarebbe fuorviante parlare di una sinistra comunista o socialista distinta dalle tendenze democratiche e giacobine che costituivano l'opposizione radicale alla reazione e all'assolutismo monarchico del Paese. Come osserva il Manifesto del partito comunista, in Germania (a differenza di Francia e Inghilterra) i comunisti non avevano altra scelta se non di marciare a fianco della borghesia contro la monarchia assoluta, la propriet fondiaria feudale e il piccolo borghesume (die Kleinbrgerei),49 pur incoraggiando gli operai a prendere chiaramente coscienza della propria opposizione alla borghesia. Politicamente e ideologicamente, la sinistra radicale tedesca guardava a Occidente. Fin dai giacobini tedeschi dell'ultimo decennio del Settecento la Francia era stata un modello, un luogo d'asilo per i rifugiati politici e intellettuali, una fonte d'informazione sulle tendenze progressiste; ancora nei primi anni Quaranta dell'Ottocento, in Germania, l'indagine di Lorenz von Stein sul socialismo e il comunismo serviva soprattutto a questo, malgrado le intenzioni dell'autore, critico nei confronti di queste dottrine. Nel frattempo, un gruppo formato perlopi da operai specializzati e artigiani che lavoravano a Parigi, si era separato dai rifugiati liberali riparati in Francia dopo il 1830 per adattare ai propri scopi il comunismo della classe operaia francese. La prima chiara versione del comunismo tedesco fu quindi rozzamente rivoluzionaria e proletaria.50 Che i giovani intellettuali radicali della sinistra hegeliana intendessero fermarsi alla democrazia oppure spingersi oltre socialmente e politicamente, la Francia forniva i modelli e il catalizzatore intellettuale per le loro idee.
Fra di loro rivest una certa importanza Moses Hess (1812-75), non tanto per i meriti intellettuali, come pensatore era tutt'altro che limpido, ma perch divenne socialista prima degli altri e riusc a convertire un'intera generazione di giovani intellettuali ribelli. La sua influenza su Marx ed Engels fu cruciale fra il 1843 e il 1845, anche se ben presto smisero ambedue di prenderlo sul serio. Il suo marchio di "vero socialismo" (una sorta di saintsimonismo tradotto in gergo feuerbachiano) non era destinato ad assumere grande importanza. Lo si ricorda soprattutto perch  stato immortalato nelle polemiche di Marx ed Engels contro di esso (nel Manifesto), indirizzate principalmente all'altrimenti dimenticato e dimenticabile Karl Grn (1817-87). Hess, il cui sviluppo intellettuale coincise per un certo periodo con quello di Marx, al punto che nel 1848 avrebbe potuto ben considerarsi un suo seguace, pativa una certa inadeguatezza sia come pensatore sia come politico, e deve accontentarsi del ruolo di eterno precursore: del marxismo, del movimento operaio tedesco, e da ultimo del sionismo.
Tuttavia, sebbene il socialismo premarxiano tedesco non rivesta grande importanza nella genesi delle idee marxiane, se non, per cos dire, da un punto di vista biografico, qualche parola va spesa sulla critica non socialista tedesca del liberalismo, che aveva un che di potenzialmente classificabile come "socialista" nell'ambigua accezione ottocentesca del termine. Nella tradizione intellettuale tedesca era presente una forte componente avversa a qualunque forma di "Illuminismo" settecentesco (e quindi al liberalismo, all'individualismo, al razionalismo e all'astrazione, cio a ogni tipo di argomenti benthamiti o ricardiani); essa era dedita a una concezione organicistica della storia e della societ, di cui fu espressione il Romanticismo tedesco, che fu inizialmente un movimento attivamente reazionario, anche se in qualche modo la filosofia hegeliana forniva una sorta di sintesi tra l'Illuminismo e l'idea romantica. La pratica politica tedesca, e di conseguenza la teoria sociale applicata, erano dominate dalle attivit di un'amministrazione statale onnicomprensiva. La borghesia tedesca, che tard a svilupparsi come classe imprenditoriale, nel complesso non rivendicava n la supremazia politica n un liberalismo economico illimitato, e comunque i suoi portavoce erano per gran parte servitori dello Stato, in una forma o nell'altra. I liberali tedeschi tendevano a non avere una fiducia incondizionata in un libero mercato senza limiti, n come funzionari pubblici (insegnanti compresi) n come imprenditori. A differenza di quanto avvenne in Francia e in Gran Bretagna, il Paese produsse autori che speravano che si potesse scongiurare lo sviluppo completo di un'economia capitalista come quella che era gi visibile in Inghilterra, e con esso il problema della povert di massa, attraverso una combinazione di pianificazioni statali e riforme sociali. Le loro teorie potevano in effetti avvicinarsi a una sorta di socialismo, come nel caso di J.K. Rodbertus-Jagetzow (1805-75), un conservatore monarchico (era stato per un breve periodo ministro prussiano nel 1848) che negli anni Quaranta elabor una critica sottoconsumistica del capitalismo e una dottrina di "socialismo di Stato" fondata su una teoria del valore-lavoro. Vi si sarebbe fatto ricorso per scopi propagandistici nell'epoca bismarckiana, a dimostrazione che la Germania imperiale era "socialista" come tutti i socialdemocratici, nonch per provare che lo stesso Marx aveva plagiato un illustre pensatore conservatore. L'accusa era assurda, anche perch Marx lesse Rodbertus solo attorno al 1860, quando le sue idee erano gi completamente formate e Rodbertus poteva "al massimo aver insegnato a Marx che cosa non fare nell'espletamento del proprio compito e come evitare gli errori pi grossolani".51 La polemica  stata dimenticata da molto tempo: d'altronde si potrebbe senz'altro affermare che il tipo di atteggiamento e di argomenti espressi da Rodbertus fu determinante nella formazione del genere di socialismo di Stato propugnato da Lassalle (i due collaborarono per un certo periodo).
Inutile dire che queste versioni non socialiste di anticapitalismo non solo non svolsero alcun ruolo nella formazione del socialismo marxiano,52 ma furono attivamente combattute dalla giovane sinistra tedesca per le loro evidenti connotazioni conservatrici. Quella che potrebbe essere definita teoria "romantica" appartiene alla preistoria del marxismo solo nel suo aspetto meno politico, quello cio della "filosofia naturale", per la quale Engels mostr sempre una leggera propensione,53 e nella misura in cui questa era stata assorbita dalla filosofia classica tedesca nella sua forma hegeliana. La tradizione conservatrice e liberale dell'intervento statale nell'economia, compresi la propriet e il management statale delle industrie, non fece altro che confermare in Marx ed Engels l'opinione che la nazionalizzazione dell'industria di per s non aveva carattere socialista.
Dunque, n l'esperienza economica, sociale o politica tedesca, n gli scritti specificamente concepiti per affrontarne i problemi, diedero un contributo rilevante al pensiero marxista. E difficilmente sarebbe potuto essere altrimenti. Com' stato spesso osservato anche da Marx ed Engels, le questioni che in Francia e Inghilterra si ponevano concretamente in forma politica ed economica, nella Germania della loro giovinezza apparivano solamente nella veste di una speculazione filosofica astratta. Per contro, e senz'altro per questo motivo, lo sviluppo della filosofia tedesca di questo periodo era assai pi imponente di quello della filosofia di altri Paesi. Se questo la priv del contatto con le realt concrete della societ (non vi  alcun riferimento in Marx alla "classe che [...] nulla possiede", i cui problemi balzano "agli occhi di ognuno per le strade di Manchester, Parigi e Lione", prima dell'autunno del 1842),54 le forn una grande capacit di generalizzare, di trascendere i semplici fatti. Tuttavia, per realizzare il suo pieno potenziale, la riflessione filosofica doveva essere trasformata in uno strumento per agire sul mondo, e la generalizzazione filosofica speculativa doveva sposare lo studio e l'analisi concreta del mondo reale della societ borghese. Senza questo connubio il socialismo tedesco, scaturito da una radicalizzazione politica degli sviluppi filosofici, soprattutto hegeliani, avrebbe probabilmente prodotto al massimo quel socialismo tedesco o "vero socialismo" che Marx ed Engels ridicolizzarono nel Manifesto del partito comunista.
I primi passi di questa radicalizzazione filosofica presero la forma di una critica della religione e in seguito (dato che la materia era politicamente pi scottante) dello Stato, essendo queste le due questioni "politiche" principali che riguardavano direttamente la filosofia in quanto tale. I due grandi punti di riferimento premarxiani di questa radicalizzazione furono La vita di Ges (1835) di Strauss e soprattutto l'ormai decisamente materialista Essenza del cristianesimo (1841) di Feuerbach. L'importanza cruciale di Feuerbach come ponte fra Hegel e Marx  nota, sebbene il ruolo continuativo centrale della critica della religione nel pensiero maturo di Marx ed Engels non sempre viene riconosciuto cos chiaramente. Tuttavia, in questa fase determinante della loro radicalizzazione, i giovani ribelli politico-filosofici tedeschi poterono attingere direttamente alla tradizione radicale come pure a quella socialista, dato che la scuola di materialismo filosofico pi conosciuta e coerente, quella della Francia del Settecento, era collegata non solo con la Rivoluzione francese, ma anche con il primo comunismo francese, d'Holbach ed Helvtius, Morelly e Mably. In questa misura gli sviluppi filosofici francesi contribuirono allo sviluppo del pensiero marxista, o perlomeno lo incoraggiarono, come fece la tradizione filosofica britannica tramite i suoi pensatori sei e settecenteschi, direttamente o attraverso l'economia politica. Tuttavia, il processo con il quale il giovane Marx "rimise" Hegel sui suoi piedi si svolse nell'ambito della filosofia tedesca classica e dovette ben poco alle tradizioni rivoluzionarie e socialiste premarxiane, che gli indicarono per la direzione in cui avrebbe dovuto muoversi.
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La politica, l'economia e la filosofia, l'esperienza francese, britannica e tedesca, il socialismo "utopico" e il comunismo furono fusi, trasformati e trascesi nella sintesi marxiana durante gli anni Quaranta dell'Ottocento. Sicuramente non  un caso che questa trasformazione avvenne proprio in quel momento storico.
Pi o meno attorno al 1840, la storia europea assunse una nuova dimensione: il "problema sociale", o (considerandolo da un altro punto di vista) una rivoluzione sociale in potenza, trovarono entrambe una tipica espressione nel fenomeno del "proletariato". Gli autori borghesi divennero sistematicamente consapevoli del proletariato come problema empirico e politico, come classe, come movimento, e in ultima analisi come una potenza in grado di rovesciare la societ. Da un lato questa coscienza trovava espressione in indagini sistematiche, spesso comparative, sulle condizioni di questa classe (Villerm per la Francia nel 1840, Buret per la Francia e la Gran Bretagna nel medesimo anno, Ducptiaux per vari Paesi nel 1843); dall'altro in generalizzazioni storiche che gi fanno pensare alle tesi marxiane:
Ma proprio questo  il contenuto della storia: nessun grande antagonismo storico scompare o si estingue se non ne  emerso uno nuovo. L'antagonismo generale tra ricchi e poveri si  quindi recentemente polarizzato nella tensione tra capitalisti e datori di lavoro da un lato, e operai industriali di ogni sorta dall'altro; da questa tensione nasce un contrasto le cui dimensioni divengono sempre pi minacciose con l'aumento proporzionale della popolazione industriale.55
Abbiamo gi visto che un movimento comunista rivoluzionario e coscientemente proletario nasceva in Francia in questo periodo, e anzi che le stesse parole "comunista" e "comunismo" erano entrate nel linguaggio corrente per descriverlo attorno al 1840. Allo stesso tempo, un enorme movimento proletario di classe, osservato da vicino da Engels, raggiunse il suo apice in Gran Bretagna: il cartismo. In precedenza, nell'Europa occidentale, forme di socialismo "utopico" si erano ritirate ai margini della vita pubblica, con l'eccezione del fourierismo, che attecch modestamente, ma in modo tenace, sul terreno proletario.56
Sulla base di una classe operaia che cresceva e si andava mobilitando a vista d'occhio, si rese possibile una nuova e pi straordinaria fusione delle esperienze e delle teorie giacobino-rivoluzionarie-comuniste e socialiste-associazioniste. L'hegeliano Marx, nella sua ricerca della forza che avrebbe trasformato la societ mediante la negazione della societ esistente, la trov nel proletariato, e pur non avendone una conoscenza concreta (se non attraverso Engels) e non avendo prestato eccessiva attenzione al funzionamento dell'economia politica capitalista, immediatamente cominci a studiare entrambi.  errato supporre che Marx non si sia concentrato sull'economia prima dell'inizio degli anni Cinquanta: cominci i suoi studi sistematici non pi tardi del 1844.
Ci che fece precipitare questa fusione della teoria con il movimento sociale, fu la combinazione di trionfo e crisi nelle societ borghesi, sviluppate e apparentemente pragmatiche di Francia e Gran Bretagna. Da un punto di vista politico le rivoluzioni del 1830 e le corrispondenti riforme britanniche del 1832-35 portarono all'istituzione di regimi chiaramente al servizio degli interessi della parte predominante della borghesia liberale, tradendo clamorosamente le attese sul fronte della democrazia politica. In campo economico l'industrializzazione, che gi si era imposta in Gran Bretagna, progrediva visibilmente in alcune regioni del continente, ma in un clima di crisi e incertezza tale che a molti dava l'impressione di mettere in dubbio l'intero futuro del capitalismo in quanto sistema. Come disse Lorenz von Stein, il primo indagatore sistematico del socialismo e del comunismo (1842):
Non  pi possibile alcun dubbio sul fatto che nella parte pi importante d'Europa la riforma e la rivoluzione politiche siano giunte a una conclusione: la rivoluzione sociale ne ha preso il posto, e torreggia su tutti i movimenti popolari con la sua terribile potenza e le sue gravi incertezze. Solo pochi anni fa, ci che oggi abbiamo di fronte a noi non sembrava che un'ombra senza contenuto. Ora essa affronta ogni legge come un nemico, e ogni sforzo per risospingerla nella primitiva nullit  vano.57
Oppure, come Marx ed Engels avrebbero affermato qualche anno dopo: "Uno spettro si aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo".
La trasformazione in senso marxiano del socialismo non sarebbe quindi stata storicamente possibile prima degli anni Quaranta. N forse sarebbe stata realizzabile all'interno degli stessi grandi Stati borghesi, dove sia i movimenti politici radicali e operai sia la teoria sociale politica e radicale erano profondamente legati ad annose tradizioni e pratiche dalle quali era difficile emanciparsi. Come la storia successiva avrebbe dimostrato, la sinistra francese fu a lungo quasi inaccessibile al marxismo a dispetto, anzi a causa, della forza della tradizione rivoluzionaria e associazionista autoctona; e il movimento operaio britannico rimase indifferente al marxismo ancora pi a lungo, a dispetto, anzi a causa, del successo riscosso in patria nello sviluppare un movimento di classe consapevole e una critica dello sfruttamento. Senza i contributi francese e britannico, la sintesi marxiana sarebbe stata del tutto impossibile; e, come  stato suggerito, il fatto che Marx stabil una collaborazione durata tutta una vita con Engels, che aveva un'esperienza unica della Gran Bretagna (anche in qualit di capitalista a Manchester) fu senza alcun dubbio importante. Nondimeno, era forse pi probabile che la nuova fase del socialismo si sviluppasse non al centro della societ borghese, bens ai suoi margini, in Germania, e attraverso una ricostruzione dell'architettura speculativa onnicomprensiva della filosofia tedesca.
Lo sviluppo vero e proprio del socialismo marxiano esula dal presente capitolo. Qui  sufficiente ricordare che si distingueva dai suoi predecessori per tre aspetti diversi. In primo luogo, sostitu a quella parziale della societ capitalista una critica pi ampia, basata su un'analisi del rapporto fondamentale (in questo caso economico) che determinava quella societ. Il fatto che penetrasse analiticamente pi a fondo dei fenomeni superficiali accessibili alla critica empirica implicava un'analisi dell'ostacolo della "falsa coscienza" e delle sue cause (storiche). In secondo luogo, esso inser il socialismo nella cornice di un'analisi storica evolutiva, in grado di spiegare sia per quale motivo questo fosse nato come teoria e movimento in quel dato momento, sia perch lo sviluppo storico del capitalismo dovesse alla fine generare una societ socialista. (Tra l'altro, a differenza dei primi socialisti - per i quali la nuova societ era qualcosa di finito in s che doveva soltanto essere foggiato nella sua forma finale a seconda del modello preferito e nel momento adatto - secondo Marx la stessa societ del futuro continuer a evolversi storicamente, cosicch se ne possono appena prevedere, tanto meno pianificare, i princpi e i li neamenti generali.) In terzo luogo, il socialismo marxiano ha chiarito la modalit di transizione dalla vecchia societ alla nuova: il proletariato ne sarebbe stato il portatore mediante un movimento di classe impegnato in una lotta di classe che avrebbe ottenuto i suoi risultati solo attraverso una rivoluzione, "l'esproprio degli espropriatori". Il socialismo avrebbe cessato di essere "utopico" e sarebbe diventato "scientifico".
In effetti la trasformazione marxiana non solo aveva rimpiazzato le teorie dei suoi predecessori, ma li aveva anche assorbiti: in termini hegeliani li aveva "trascesi" (aufgehoben). Per la maggior parte degli scopi che non siano scrivere tesi accademiche, costoro sono stati o dimenticati, o fanno parte della preistoria del marxismo, oppure (come nel caso di alcune tendenze saintsimoniane) si sono sviluppati in direzioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con il socialismo. Nella migliore delle ipotesi, come Owen e Fourier, sopravvivono tra i teorici dell'educazione. L'unico autore socialista del periodo pre-marxista che conserva ancora una certa importanza come teorico nell'area pi generale dei movimenti socialisti  Proudhon, che continua a essere citato dagli anarchici (per non parlare dell'ultradestra francese e di vari altri antimarxisti, che lo menzionano di tanto in tanto). Questa  a suo modo un'ingiustizia nei confronti di uomini che, nonostante non raggiunsero l'illuminazione dei migliori utopisti, furono comunque pensatori originali con idee che, riproposte oggi, verrebbero in molti casi prese abbastanza sul serio. Ciononostante resta il fatto che, in quanto socialisti, sono interessanti ormai soprattutto per lo studioso di storia.
Questo per non deve fuorviarci, inducendoci a ritenere che il socialismo premarxiano si sia spento non appena Marx ebbe sviluppato le sue idee peculiari. Il marxismo non cominci a esercitare il proprio influsso sul movimento operaio, anche da un punto di vista nominale, prima degli anni Ottanta, o al pi negli anni Settanta. Non  possibile comprendere la storia del pensiero di Marx e delle sue controversie politiche e ideologiche senza tenere presente che per il resto della sua vita, le tendenze del movimento operaio da lui criticate, combattute, o con cui dovette scendere a compromessi, erano principalmente quelle della sinistra radicale premarxiana o quelle che derivavano da essa. Queste appartenevano alla progenie della Rivoluzione francese, vuoi nella forma della democrazia radicale, del repubblicanesimo giacobino oppure del comunismo rivoluzionario proletario neobabuvista sopravvissuto sotto la leadership di Blanqui (quest'ultima era una tendenza con la quale, sul versante politico, Marx si trov di tanto in tanto alleato). In certi casi scaturivano, o quanto meno erano state accelerate, dalla stessa sinistra hegeliana o feuerbachiana attraverso cui era passato lo stesso Marx, come nel caso di svariati rivoluzionari russi, in particolare Bakunin. Ma nel complesso furono il prodotto, o meglio la continuazione, del socialismo premarxiano.
 vero che gli utopisti originari non sopravvissero agli anni Quaranta, e del resto le loro dottrine e i loro movimenti erano gi moribondi dall'inizio del decennio, con l'eccezione del fourierismo, che aveva vivacchiato fino alla rivoluzione del 1848, tanto che il suo leader, Victor Considrant, vi si trov a ricoprire un ruolo inaspettato e fallimentare. D'altro canto, continuarono invece a prosperare vari tipi di associazionismi e teorie cooperativistiche, in parte derivati da fonti utopistiche (Owen, Buchez), in parte sviluppate negli anni Quaranta dell'Ottocento su basi meno messianiche (Louis Blanc, Proudhon); mantennero pure, in maniera sempre pi indistinta, l'aspirazione a trasformare la societ intera secondo le linee cooperativistiche dalle quali avevano tratto origine. Se questo era vero perfino in Gran Bretagna, dove il sogno di un'utopia cooperativa che avrebbe emancipato il lavoro dallo sfruttamento capitalista fu stemperato nelle cooperative commerciali, lo fu ancor di pi in altri Paesi, dove la cooperazione dei produttori rimase dominante. Per molti lavoratori ai tempi di Marx questo era socialismo; o meglio, il socialismo che ottenne il supporto della classe operaia, anche negli anni Sessanta dell'Ottocento, era un socialismo che contemplava gruppi indipendenti di produttori senza capitalisti, ma sostenuti dalla societ con capitali sufficienti a renderli vitali, protetti e incoraggiati dalle istituzioni, ma a loro volta tenuti a doveri collettivi nei confronti del pubblico. Da qui l'importanza politica di proudhonismo e lassallismo. Questo era naturale per una classe operaia i cui membri politicamente consapevoli erano in gran parte artigiani o persone vicine all'esperienza artigiana. Per di pi, il sogno di un'unit produttiva indipendente che controllasse i propri affari, non apparteneva minimamente agli uomini (e ancor pi raramente alle donne) che non erano ancora pienamente proletari. In certi casi questa primitiva visione "sindacalistica" rifletteva anche l'esperienza dei proletari nelle fabbriche della met dell'Ottocento.
Sarebbe dunque erroneo affermare che il socialismo premarxiano si estinse al tempo di Marx. Sopravvisse presso i proudhoniani, gli anarchici bakuniniani, e in seguito tra i sindacalisti rivoluzionari e altri ancora, anche quando questi pi tardi, in mancanza di una propria adeguata teoria, impararono ad adottare per i propri scopi gran parte della teoria marxiana. Eppure dalla met degli anni Quaranta dell'Ottocento in poi, non si pu pi affermare che Marx abbia tratto qualcosa dalla precedente tradizione del socialismo. Dopo la sua ampia analisi di Proudhon nella Miseria della filosofia del 1847, non si pu neanche pi asserire che la critica del socialismo premarxiano abbia svolto un ruolo importante nella formazione del suo pensiero. Nel complesso, essa faceva parte delle sue polemiche politiche pi che del suo sviluppo teorico. L'unica eccezione di rilievo  forse la Critica al programma di Gotha (1875), nella quale la sua scandalizzata protesta contro le ingiustificate concessioni del Partito socialdemocratico tedesco ai lassalliani lo spinse a un'affermazione teorica che, seppure non nuova, Marx non aveva in ogni caso mai formulato prima.  inoltre possibile che l'elaborazione delle sue idee in merito al credito e alla finanza fosse in parte dovuta al bisogno di criticare la fede che i movimenti operai di tipo proudhoniano riponevano in alcuni provvedimenti finanziari, molto in voga all'epoca, che lui riteneva inefficaci. Tuttavia, dalla met degli anni Quaranta dell'Ottocento, Marx ed Engels avevano, nel complesso, imparato dal socialismo premarxiano tutto quello che c'era da imparare. Le fondamenta del "socialismo scientifico" erano state gettate.
* Sir William Vernon Harcourt, (1827-1904). Uomo politico liberale. (N.d.T.)
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CAPITOLO 3. Marx, Engels e la politica.
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Il presente capitolo tratta delle idee e opinioni politiche di Marx ed Engels, ossia dei loro giudizi sullo Stato e sulle sue istituzioni, nonch sull'aspetto politico della transizione dal capitalismo al socialismo - la lotta di classe, la rivoluzione, l'organizzazione, la strategia e la tattica del movimento socialista, e questioni analoghe. Da un punto di vista analitico questi erano, in un certo senso, problemi secondari. "I rapporti giuridici, come le forme statali non possono essere compresi [...] per se stessi [...] ma affondano le loro radici [...] nei rapporti materiali di vita", in quella "societ civile" la cui anatomia era l'economia politica.1 A determinare il passaggio dal capitalismo al socialismo erano le contraddizioni interne dello sviluppo capitalistico, e pi in particolare il fatto che il capitalismo inevitabilmente generava il proprio seppellitore, il proletariato, una classe "ogni giorno pi numerosa, e disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico".2 Per di pi, mentre il potere dello Stato svolgeva un ruolo cruciale nel dominio di classe, l'autorit dei capitalisti sui lavoratori "compete ai suoi depositari solo in quanto personificazione delle condizioni di lavoro di fronte al lavoro, non, come in forme di produzione precedenti, in quanto reggitori politici o teocratici".3 Ne consegue che la politica e lo Stato non hanno bisogno di essere integrati nell'analisi di base, ma possono esservi introdotti in un secondo tempo.4
In pratica, naturalmente, per gli attivisti rivoluzionari i problemi della politica non erano secondari, bens di primaria importanza: di conseguenza, la quantit degli scritti di Marx dedicati all'argomento  enorme. Eppure questi scritti differiscono nel carattere dal suo lavoro teorico principale. Anche se non ultim mai la sua ampia analisi economica del capitalismo, ne esiste lo scheletro in diversi lunghi manoscritti destinati alla pubblicazione o effettivamente dati alle stampe. Marx dedic inoltre un'attenzione sistematica alla critica della filosofia sociale e a quella che potrebbe essere definita come l'analisi filosofica della natura della societ borghese e del comunismo negli anni Quaranta dell'Ottocento. Non c' uno sforzo teoretico sistematico analogo per la politica: i suoi scritti in questo campo assumono quasi interamente la forma di articoli giornalistici, inchieste sul passato prossimo politico, contributi alla discussione all'interno del movimento e lettere private. Da parte sua Engels, sebbene anche le sue opere sull'argomento abbiano perlopi il carattere di commento sulla politica corrente, tent una trattazione pi sistematica di questi temi nell'Anti-Dhring, ma soprattutto in vari scritti successivi alla morte di Marx.
La precisa natura delle idee di Marx, e in misura minore di Engels,  quindi spesso poco chiara, specialmente a proposito di questioni di cui non si preoccupavano granch, e dalle quali anzi preferivano forse distogliere l'attenzione, perch " soprattutto questa apparenza di una storia indipendente delle costituzioni degli Stati, dei sistemi giuridici, delle rappresentazioni ideologiche in ogni campo specifico, che acceca la maggior parte della gente".5 Engels stesso ammise, in et avanzata, che seppure lui e Marx avessero avuto ragione a evidenziare pi di ogni altra cosa la "derivazione [...] delle concezioni politiche, giuridiche e delle altre concezioni ideologiche [...] dai fatti economici basilari", avevano in qualche modo trascurato l'aspetto formale di questo processo a vantaggio del contenuto. Questo riguarda non solo l'analisi delle ideologie delle istituzioni politiche, giuridiche o di altro tipo, ma anche, come Engels fece notare nelle celebri lettere che glossavano la concezione materialistica della storia, la relativa autonomia di questi elementi sovrastrutturali. Ci sono considerevoli lacune nelle idee a noi note di Marx ed Engels su questi argomenti, e di conseguenza vi  incertezza su come queste furono o avrebbero potuto essere.
 evidente che tali lacune non preoccupavano Marx o Engels, dato che le avrebbero di certo colmate se una simile analisi si fosse resa necessaria nel corso della loro concreta prassi politica. Pertanto, negli scritti di Marx non vi  quasi alcun riferimento specifico al diritto, mentre Engels non ebbe nessuna difficolt a improvvisare una discussione sulla giurisprudenza (in collaborazione con Kautsky), quando questo sembr opportuno, nel 1887.6 N  molto difficile comprendere come mai Marx ed Engels non si curarono di colmare alcune debolezze teoretiche che a noi paiono ovvie. L'epoca storica in cui (e di cui) scrissero era ben diversa non soltanto dalla nostra, ma anche (salvo che per qualche sovrapposizione negli ultimi anni della vita di Engels) da quella in cui i partiti marxisti si svilupparono in organizzazioni di massa o in forze politiche significative. Anzi, la situazione effettiva di Marx ed Engels come comunisti attivi era solo occasionalmente comparabile a quella dei loro seguaci che guidavano o erano politicamente attivi in questi successivi movimenti. Infatti, sebbene Marx, forse pi di Engels, svolgesse un ruolo importante nella politica pratica, specialmente durante la rivoluzione del 1848 come direttore della "Neue Rheinische Zeitung", e poi nella Prima Internazionale, nessuno dei due guid o fece mai parte di partiti politici assimilabili al movimento durante la Seconda Internazionale. Al massimo consigliarono chi ne era alla guida; e i loro leader (per esempio Bebel), malgrado il rispetto e l'ammirazione che nutrivano per Marx ed Engels, non sempre ne accettarono i suggerimenti. L'unica esperienza politica di Marx ed Engels che possa essere paragonata a quella di alcune organizzazioni marxiste posteriori fu la direzione della Lega dei comunisti (1847-52), alla quale, per questa ragione, i leninisti furono inclini a rifarsi sin dal 1917. Il pensiero politico specifico di Marx ed Engels era inevitabilmente segnato dalla specifica situazione storica che si trovarono ad affrontare, bench fosse perfettamente suscettibile di essere esteso e sviluppato in modo da affrontarne altre.
Dovremmo tuttavia distinguere tra la parte del loro pensiero che era semplicemente ad hoc e quella che era cumulativa, in quanto basata su un'analisi coerente che fu formata, modificata ed elaborata nel tempo alla luce delle esperienze storiche successive. Ci  soprattutto vero nei confronti dei due problemi dello Stato e della rivoluzione, che Lenin giustamente colleg nel suo tentativo di presentarne un'analisi sistematica.
La riflessione di Marx sullo Stato cominci con il tentativo di fare i conti con la teoria hegeliana sull'argomento nella Critica della filosofia del diritto di Hegel, del 1843. In questa fase Marx era un democratico, ma non ancora un comunista, e il suo approccio presenta dunque delle somiglianze con quello di Rousseau, sebbene gli studiosi che hanno cercato di stabilire un legame diretto tra i due pensatori si siano dovuti arrendere al fatto inoppugnabile che "mai Marx diede il bench minimo segno di rendersi conto di [questo presunto debito nei confronti di Rousseau]"7 e sembra anzi fraintendere il filosofo ginevrino. Questo testo anticipava alcuni aspetti delle successive idee politiche di Marx; in particolare, seppure in maniera vaga, l'identificazione dello Stato con una forma specifica di rapporti di produzione (la "propriet privata"), lo Stato come creazione storica e la sua estinzione finale (Auflsung), assieme a quella della "societ civile", quando la democrazia porr termine alla separazione tra Stato e popolo. Tuttavia,  soprattutto notevole in quanto critica della teoria politica ortodossa, e di conseguenza costituisce la prima e ultima occasione in cui l'analisi di Marx opera sistematicamente in termini di costituzioni, problemi di rappresentanza, ecc. Degna di nota  la sua conclusione, secondo cui le forme costituzionali sono secondarie rispetto al contenuto sociale - sia gli Stati Uniti sia la Prussia si basavano su un ordine sociale della propriet privata - e la sua critica del governo rappresentativo (per esempio parlamentare), in cui cio si introduce la democrazia come parte formale dello Stato anzich riconoscerla come la sua essenza.8 Marx immaginava un sistema democratico nel quale la partecipazione e la rappresentanza non sarebbero pi state distinte, "un corpo che funziona, non uno parlamentare" come avrebbe detto in seguito riferendosi alla Comune di Parigi,9 sebbene senza chiarirne i dettagli formali, nel 1843 come nel 1871.
La prima forma comunista della teoria dello Stato di Marx si estrinsecava in quattro punti principali: l'essenza dello Stato era il potere politico, che era l'espressione ufficiale dell'antagonismo tra le classi nella societ borghese; di conse guenza, nella societ comunista, esso avrebbe cessato di esistere. Nel sistema attuale, lo Stato rappresentava non l'interesse generale della societ, bens quello della classe o delle classi dominanti; ma con la vittoria rivoluzionaria del proletariato, durante il periodo di transizione, non sarebbe scomparso subito, anzi avrebbe assunto temporaneamente la forma di "proletariato organizzato come classe dominante" o "dittatura del proletariato" (un'espressione che per Marx non utilizz se non dopo il 1848).
Queste idee, sebbene mantenute con coerenza da Marx ed Engels per il resto della loro vita, vennero considerevolmente rielaborate, in particolare per ci che concerne due aspetti. Primo, il concetto dello Stato come potere di classe fu modificato, soprattutto alla luce del bonapartismo di Napoleone III in Francia e degli altri regimi post-1848 che non potevano essere descritti semplicemente come il governo di una borghesia rivoluzionaria (si veda sotto). Secondo, in particolare dopo il 1870, Marx, e in special modo Engels, delinearono un modello pi generale della genesi storica e dell'evoluzione dello Stato come conseguenza dello sviluppo della societ di classe, formulato in maniera pi compiuta nell'Origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato (1884), e che incidentalmente rappresenta il punto di partenza della discussione successiva di Lenin. Con la crescita di antagonismi di classe non riconciliabili e non gestibili, nella societ "si rese necessario un potere che "stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse [...] in forma cosiddetta legale", in modo da evitare che il conflitto di classe consumasse sia le classi sia la societ "in una sterile lotta"".10 Bench lo Stato "come regola" rappresenti gli interessi della classe pi potente ed economicamente dominante, che con il suo controllo ha acquisito nuovi strumenti per sottomettere gli oppressi, occorre notare che Engels accetta sia la funzione sociale generale dello Stato, almeno in negativo, come meccanismo per prevenire la disintegrazione sociale, sia l'elemento dell'occultamento del potere, o il dominio attraverso la mistificazione o il consenso presunto, implicito nell'apparire dello Stato come al di sopra della societ. La teoria marxiana matura dello Stato era dunque decisamente pi sofisticata della semplice equazione: Stato = potere coercitivo = dominio di classe.
Dal momento che Marx ed Engels credevano entrambi nella dissoluzione dello Stato e nell'esigenza di uno Stato di transizione (proletario), cos come nella necessit della pianificazione e gestione sociale fino, almeno, al primo stadio del comunismo ("socialismo"), il futuro dell'autorit politica poneva problemi complessi, che i loro successori non hanno risolto n in teoria n in pratica. Poich lo "Stato" in quanto tale era definito come l'apparato per gli uomini al potere, l'apparato di gestione che gli sarebbe sopravvissuto poteva essere accettato solo se confinato all'"amministrazione delle cose", quindi, non pi uno Stato.11 La distinzione tra il governo degli uomini e l'amministrazione delle cose derivava probabilmente dal pensiero socialista precedente. Era stato soprattutto Saint-Simon a divulgarla.  soltanto partendo da certe premesse utopistiche o in ogni caso assai ottimistiche che tale distinzione diviene qualcosa di pi di un espediente semantico: per esempio la convinzione che "l'amministrazione delle cose" fosse tecnicamente un po' pi semplice e meno specialistica di quanto non si era dimostrata fino ad allora, e quindi alla portata di cittadini non specializzati; insomma, l'ideale di Lenin secondo cui ogni cuoca dev'essere in grado di governare lo Stato. Sembra fuori di dubbio che Marx condivise questo atteggiamento ottimista.12 Ciononostante, durante il periodo di transizione, il governo degli uomini, o per usare la frase pi precisa di Engels "l'intervento di una forza statale nei rapporti sociali",13 sarebbe scomparso solo gradualmente. Quando e come avrebbe incominciato effettivamente a scomparire, rimaneva una domanda senza risposta. Il famoso passaggio di Engels nell'Anti-Dhring si limita a dichiarare che lo avrebbe fatto "da se stesso", "estinguendosi". Ai fini pratici serve a poco la dichiarazione formale puramente tautologica secondo cui questo processo sarebbe iniziato con il primo atto in cui lo Stato "apparir come reale rappresentante dell'intera societ", la conversione dei mezzi di produzione in propriet sociale, perch ci dice semplicemente che nel rappresentare la societ intera esso non  pi classificabile come Stato.
L'attenzione mostrata da Marx ed Engels per la scomparsa dello Stato  interessante non tanto per le previsioni che vi si possono effettivamente leggere, quanto come prova potente delle loro aspettative nella futura societ comunista, oltre che della concezione che ne avevano: potente pi che mai, perch le previsioni su questa materia contrastano con la loro abituale riluttanza a speculare su un imprevedibile futuro. L'eredit che lasciarono ai propri successori su questo problema era confusa e incerta.
C' un'ulteriore complicazione riguardo la teoria dello Stato di Marx ed Engels, che vale la pena menzionare. Nella misura in cui non era semplicemente un apparato di dominio, ma si basava sul territorio,14 lo Stato aveva anche una funzione nello sviluppo economico borghese in quanto "nazione", l'unit cio di questo sviluppo; almeno sotto forma di un insieme di vaste unit territoriali di questo tipo (si veda pi avanti). Il futuro di queste unit non viene discusso da Marx o Engels, ma la loro insistenza sul mantenimento dell'unit nazionale in una qualche forma centralizzata dopo la rivoluzione, pur ponendo dei problemi, individuati da Bernstein e affrontati da Lenin,15 non d adito a dubbi. Marx respinse sempre il federalismo.
Le idee di Marx sulla rivoluzione, com' naturale, presero l'avvio dall'analisi della massima esperienza rivoluzionaria della sua epoca, quella della Francia dal 1789 in poi.16 La Francia sarebbe rimasta per il resto della sua vita l'esemplificazione "classica" della lotta di classe nella sua forma rivoluzionaria, e il maggior laboratorio di esperienze storiche nel quale si formarono la strategia e la tattica rivoluzionarie. Tuttavia, dal momento in cui prese contatto con Engels, all'esperienza francese si affianc quella del movimento proletario di massa, del quale la Gran Bretagna di allora era, e sarebbe rimasta per svariati decenni, l'unico esempio significativo.
L'episodio cruciale della Rivoluzione francese, da entrambi i punti di vista, fu il periodo giacobino. I giacobini si erano posti in una relazione ambigua con lo Stato borghese,17 poich la natura di quest'ultimo era di lasciare campo libero all'azione anarchica della societ borghese-civile mentre, ciascuno a suo modo, sia il Terrore sia Napoleone avevano cercato di costringerla all'interno di una comunit-nazione diretta dallo Stato: l'uno subordinandola alla "rivoluzione permanente" - espressione usata per la prima volta in questo contesto da Marx nella Sacra famiglia -18 l'altro alla conquista e alla guerra permanenti. L'autentica societ borghese emerse per la prima volta dopo il Termidoro, e la borghesia fin per scoprirne la forma effettiva, quella di "espressione ufficiale del suo potere esclusivo, come riconoscimento politico del suo interesse particolare", nello "Stato costituzionale rappresentativo" (Reprsentativstaat) nella rivoluzione del 1830.19
Tuttavia, man mano che il 1848 si avvicinava, un altro aspetto del giacobinismo si evidenziava con nettezza: fu l'unico a ottenere la distruzione totale delle vestigia del feudalesimo, che avrebbero altrimenti potuto durare ancora per decenni. Ci fu dovuto, paradossalmente, all'intervento nella rivoluzione di un "proletariato" ancora troppo immaturo per poter conseguire i propri obiettivi.20 La questione resta importante, sebbene oggi non si possa considerare il movimento dei sanculotti come "proletario", perch solleva il problema cruciale del ruolo delle classi popolari in una rivoluzione borghese, e dei rapporti tra rivoluzione borghese e proletaria. Questi sarebbero stati i temi principali del Manifesto, degli scritti del 1848 e delle discussioni post-1848, e sarebbero rimasti un concetto importante del pensiero politico di Marx ed Engels e del marxismo del XX secolo. Inoltre, nella misura in cui l'avvento di una rivoluzione borghese offriva una possibilit, seguendo il precedente giacobino, di condurre a regimi che andassero oltre il dominio borghese, il giacobinismo sugger inoltre alcune caratteristiche politiche di simili regimi, ad esempio il centralismo e il ruolo del potere legislativo.
L'esperienza del giacobinismo fece quindi luce sul problema dello Stato rivoluzionario di transizione, compresa la "dittatura del proletariato", un concetto assai dibattuto nella successiva discussione marxista. Il termine entr per la prima volta nell'analisi marxiana - che derivasse o meno da Blanqui,  questione trascurabile - nei momenti successivi alla sconfitta del 1848-49, cio nel quadro di una possibile riproposizione di qualcosa di affine alle rivoluzioni del 1848. In seguito, Marx vi fece ricorso soprattutto dopo la Comune di Parigi e in relazione alle prospettive del Partito socialdemocratico tedesco negli anni Novanta. Pur non cessando mai di essere un elemento cruciale nell'analisi di Marx,21 il contesto politico in cui veniva discusso mut dunque profondamente. Ne conseguono alcune delle ambiguit del dibattito successivo.
Lo stesso Marx non sembra aver mai usato il termine "dittatura" per descrivere una forma di governo istituzionale specifica, ma sempre solo per descrivere il contenuto invece della forma del dominio di gruppo o di classe. Per lui la "dittatura" della borghesia poteva esistere cos con o senza suffragio universale.22  tuttavia probabile che in un contesto rivoluzionario, quando l'obiettivo principale del nuovo regime proletario dev'essere quello di guadagnare tempo adottando subito "le misure necessarie per intimidire sufficientemente la massa della borghesia",23 questo dominio tenda a essere pi apertamente dittatoriale. L'unico regime che in effetti Marx descrisse come dittatura del proletariato fu la Comune di Parigi, e le caratteristiche politiche da lui messe in risalto erano l'opposto di quelle dittatoriali (in senso letterale). Engels cit sia la "repubblica democratica" come sua forma politica specifica, "come la Rivoluzione francese ha gi dimostrato",24 sia la Comune di Parigi. Tuttavia, siccome n Marx n Engels cominciarono a elaborare un modello universalmente applicabile della forma di dittatura del proletariato, o a predire tutti i tipi di situazioni in cui questa poteva imporsi, la sola conclusione che possiamo trarre dalle loro osservazioni  che essa dovrebbe combinare la trasformazione democratica della vita politica delle masse con le misure atte a prevenire la controrivoluzione della classe dominante sconfitta. Non abbiamo autorit testuale per speculare su quale sarebbe stato il loro atteggiamento nei confronti dei regimi post-rivoluzionari del XX secolo, se non che all'inizio avrebbero di certo dato la massima priorit al mantenimento del potere rivoluzionario proletario contro i pericoli di rovesciamento. Un esercito del proletariato era la precondizione della sua dittatura.25
Com' ben noto, l'esperienza della Comune di Parigi contribu ad amplificare in modo rilevante il pensiero di Marx ed Engels sullo Stato e la dittatura del proletariato. Non ci si poteva semplicemente impadronire della vecchia macchina dello Stato, bisognava eliminarla; qui Marx sembra aver soprattutto pensato alla burocrazia centralizzata di Napoleone III, cos come all'esercito e alla polizia. La classe operaia "deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati" in modo da evitare "la trasformazione dello Stato e degli organi dello Stato da servitori della societ in padroni della societ", com'era successo in tutti gli Stati precedenti.26 Sebbene nelle discussioni marxiste successive questo cambiamento sia stato interpretato soprattutto come esigenza di salvaguardare la rivoluzione dai pericoli della vecchia macchina dello Stato superstite, il pericolo previsto riguarda ogni macchina statale a cui venga consentito di fondare un'autorit autonoma, compresa quella della rivoluzione stessa. Il sistema risultante, discusso da Marx con riferimento alla Comune di Parigi,  stato sin d'allora oggetto di un intenso dibattito. In esso vi  poco di chiaro e inequivocabile, salvo il fatto che dev'essere composto da "servitori responsabili (eletti) della societ" e non da una "corporazione che si erga al di sopra della societ".27
Qualunque sia la sua forma precisa, il dominio del proletariato sulla borghesia sconfitta va mantenuto per un periodo di transizione indeterminato e senz'altro variabile, mentre la societ capitalistica viene trasformata gradualmente in societ comunista. Appare evidente come Marx si aspettasse che il governo, o piuttosto i suoi costi sociali, si sarebbero "ridotti" durante questo periodo.28 Pur distinguendo tra "la prima fase della societ comunista, quale  uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla societ capitalistica" e "una fase pi elevata", in cui dal principio "ognuno secondo le sue capacit", si potr passare a quello: "a ognuno secondo i suoi bisogni", poich le vecchie motivazioni e i limiti alla capacit e produttivit umane saranno lasciati alle spalle,29 Marx non sembra immaginare nessuna netta separazione cronologica tra le due fasi. Dato che Marx ed Engels rifiutarono fermamente di dipingere un ritratto della societ comunista del futuro, ogni tentativo di comporne uno mettendo assieme le loro osservazioni frammentarie o generali sull'argomento dev'essere evitato in quanto fuorviante. I commenti di Marx su questi punti, suggeriti da un documento insoddisfacente (il Programma di Gotha) non sono ovviamente esaurienti, limitandosi perlopi a reiterare princpi generali.
La prospettiva postrivoluzionaria  sempre presentata come un processo di sviluppo lungo e complesso, assolutamente non lineare ed essenzialmente imprevedibile. "Le richieste generali della borghesia francese erano state formulate in modo quasi completo prima del 1789, cos come lo sono oggi - mutatis mutandis - quelle immediate del proletariato. Erano pi o meno analoghe in tutti i Paesi in cui esisteva il capitalismo. Tuttavia nessun francese prerivoluzionario del secolo XVIII poteva avere, a priori, la bench minima idea del modo in cui queste richieste della borghesia francese sarebbero state portate avanti."30 Anche dopo la rivoluzione, come Marx osserv a proposito della Comune, "la sostituzione delle condizioni economiche che determinano la schiavit del lavoro con quelle che permetteranno il lavoro libero e associato potr essere conseguita solo attraverso la progressiva opera del tempo", "l'attuale azione spontanea delle leggi naturali del capitale e della propriet terriera" potranno essere sostituite dalla "spontanea azione delle leggi economico-sociali del lavoro libero ed associato soltanto nel corso del lungo processo di sviluppo di condizioni nuove",31 com'era accaduto nel passato con le economie schiavistiche e quelle feudali. La rivoluzione poteva soltanto avviare questo processo.
Questa cautela nel predire il futuro era in gran parte dovuta al fatto che il principale fautore e leader della rivoluzione, il proletariato, era di per s una classe in via di sviluppo. I lineamenti generali del pensiero di Marx ed Engels a tale proposito, chiaramente basato in gran parte sull'esperienza inglese di Engels degli anni Quaranta, sono esposti nel Manifesto: un processo che parte dalla ribellione individuale, passa attraverso lotte economiche localizzate e settoriali, dapprima informali, poi sempre pi organizzate mediante associazioni sindacali, fino a "una lotta nazionale, [...] una lotta di classe", che dev'essere anche una lotta politica per il potere. All'"organizzazione dei proletari in classe" segue quindi l'organizzazione "in partito politico". Da quest'analisi Marx non si discost sostanzialmente per il resto della sua vita, pur apportandovi leggere modifiche alla luce della stabilit e dell'espansione capitalistica dopo il 1848, oltre che dell'esperienza concreta dei movimenti operai organizzati. Con il recedere della prospettiva di una crisi economica che scatenasse l'immediata rivolta dei lavoratori, Marx ed Engels divennero un po' pi ottimisti circa la possibilit di successo della lotta operaia nell'ambito della struttura capitalistica, attraverso l'azione sindacale o la conquista di una legislazione favorevole,32 bench la tesi che i salari dei lavoratori dipendessero in una certa misura da un consueto o acquisito standard di vita, cos come dal mercato, fosse stata tratteggiata da Engels gi nel 1845.33 Ne consegue che lo sviluppo prerivoluzionario della classe operaia sarebbe stato pi lungo di quanto Marx ed Engels avessero auspicato o previsto prima del 1848.
Nel discutere questi problemi  difficile, ma essenziale, evitare di leggere un secolo di successive controversie marxiste nei testi delle opere classiche. Durante la vita di Marx il compito fondamentale, secondo lui ed Engels, era quello di generalizzare il movimento operaio in un movimento di classe, di portare alla luce lo scopo implicito della sua esistenza, cio sostituire il capitalismo con il comunismo, e di trasformarlo il prima possibile in un movimento politico, un partito della classe operaia separato dagli altri partiti delle classi possidenti che mirasse alla conquista del potere politico. Ne consegue l'importanza vitale per i lavoratori di non astenersi dall'azione politica, n di consentire separazione alcuna del loro "movimento economico dalla loro attivit politica".34 D'altronde, la natura del partito era secondaria, finch si trattava di un partito di classe.35 Non bisogna confonderlo con concezioni successive del "partito", di cui non si trova alcuna dottrina coerente nei loro scritti. Il termine stesso era utilizzato nel senso molto generico, che era comune a met Ottocento, e che comprendeva sia i sostenitori di particolari idee o cause politiche, sia i membri organizzati di un gruppo formale. Sebbene Marx ed Engels negli anni Cinquanta utilizzassero la parola frequentemente per descrivere la Lega dei comunisti, il vecchio gruppo della "Neue Rheinische Zeitung" o quanto restava di ambedue, Marx si premur di spiegare che la Lega, al pari di precedenti organizzazioni rivoluzionarie, "non fu altro che un episodio della storia del partito, che si forma dappertutto in modo naturale sul terreno della societ moderna", che essa era "il partito nel grande senso storico della parola".36 In questo senso Engels poteva parlare del partito dei lavoratori come di un partito politico "gi esistente in quasi tutti i Paesi" (1871).37 Evidentemente dagli anni Settanta dell'Ottocento Marx ed Engels favorirono, laddove possibile, la costituzione in una qualche forma di un partito politico organizzato, a condizione che non si trattasse di una setta; e nei partiti formati dai loro seguaci, o sotto la loro influenza, problemi di organizzazione interna, struttura partitica, disciplina, ecc., e chiaramente sollecitavano da Londra appropriati giudizi in merito. Laddove partiti simili non esistevano, Engels continu a usare il termine "partito" per indicare la somma totale dei corpi politici (ossia elettorali) che esprimevano l'indipendenza della classe operaia, a prescindere dalla loro organizzazione; "non importa come, purch sia un partito operaio distinto dagli altri".38 Dimostrarono scarso, se non sporadico interesse per i problemi relativi alla struttura, all'organizzazione o alla sociologia del partito che tanto avrebbero preoccupato i teorici successivi: "Il faut viter les "tiquettes" sectaires [...] Le aspirazioni e le tendenze generali della classe operaia scaturiscono dalle condizioni reali in cui essa viene a trovarsi. Perci tali aspirazioni e tendenze sono presenti in tutta la classe, sebbene il movimento si rispecchi in loro nelle forme pi diverse, pi o meno fantasticamente, o in modo pi o meno corrispondente alle condizioni reali. Coloro che sanno interpretare meglio di tutti il significato riposto della lotta delle classi in atto davanti ai nostri occhi - i comunisti - sono gli ultimi a commettere l'errore di approvare o favorire il settarismo" (1870).39 Il partito doveva puntare a divenire classe organizzata, e Marx ed Engels non deviarono mai dalla dichiarazione del Manifesto secondo la quale i comunisti non formavano un partito distinto in contrapposizione ad altri partiti della classe operaia, n formularono alcun principio settario proprio su cui plasmare il movimento proletario.
Tutte le dispute politiche degli ultimi anni di Marx furono a difesa di un triplice concetto: a) un movimento di classe politico del proletariato; b) una rivoluzione vista non semplicemente come un definitivo trasferimento di poteri a cui sarebbe seguita un'utopia settaria, bens come momento cruciale che avviasse un complesso e non facilmente prevedibile periodo di transizione; c) il conseguente e indispensabile mantenimento di un sistema di autorit politica, una "forma rivoluzionaria e transitoria di Stato".40 Da qui la particolare asprezza della sua opposizione nei confronti degli anarchici, che respingevano tutto questo.
 quindi vano cercare in Marx l'anticipazione di controversie pi tarde, come quelle tra "riformisti" e "rivoluzionari", o leggere i suoi scritti alla luce dei dibattiti successivi tra la destra e la sinistra dei movimenti marxisti. Il fatto che siano stati intesi in questo modo fa parte della storia del marxismo, ma appartiene a una fase successiva. La questione, per Marx, non era se i partiti dei lavoratori fossero riformisti o rivoluzionari, e neppure che cosa implicassero questi termini. Egli non riconosceva alcun conflitto di principio tra la lotta quotidiana dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni sotto il capitalismo e la formazione di una coscienza politica che prevedeva la sostituzione della societ capitalistica con quella socialista, o le azioni politiche che conducevano a questo obiettivo. La questione per lui era come superare le varie dimostrazioni di immaturit che ostacolavano lo sviluppo dei partiti proletari di classe, per esempio mantenendoli sotto l'influenza di diversi tipi di radicalismo democratico (e pertanto della borghesia o piccola borghesia), o tentando di identificarli con vari tipi di utopie o formule brevettate per realizzare il socialismo, ma soprattutto allontanandoli dall'unit necessaria della lotta economica e politica.  anacronistico identificare Marx con un'ala "destra" o "sinistra", "moderata" o "radicale" nel movimento operaio internazionale o in qualsiasi altro. Da qui l'irrilevanza, cos come l'assurdit, di discussioni sul fatto che Marx abbia o meno a un certo punto smesso di essere un rivoluzionario e sia diventato un gradualista.
Quale forma l'effettivo trasferimento del potere e quindi la successiva trasformazione della societ avrebbero assunto, sarebbe dipeso dal grado di sviluppo del proletariato e del suo movimento, che rifletteva sia lo stadio raggiunto nello sviluppo capitalistico, sia il suo processo di acculturazione e maturazione attraverso la prassi. Sarebbe naturalmente anche dipeso dalla situazione socioeconomica e politica dell'epoca. Poich Marx chiaramente non proponeva di attendere che il proletariato diventasse una vasta maggioranza numerica e la polarizzazione di classe avesse raggiunto uno stadio avanzato, di certo concep la lotta di classe come qualcosa che proseguisse anche dopo la rivoluzione, seppure "nel modo pi razionale e umanitario".41 Prima della rivoluzione, e per un periodo indefinito dopo di essa, ci si aspettava dunque che il proletariato agisse politicamente come nucleo e guida di una coalizione di classe, con il vantaggio, grazie alla sua posizione storica, di poter essere "riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale", bench ancora in minoranza. Non  esagerato affermare che Marx vide l'unica "dittatura del proletariato" che analizz davvero, la Comune di Parigi, idealmente destinata a procedere come qualcosa di simile a un fronte popolare di "tutte le classi sociali che non vivono del lavoro altrui", sotto la leadership e l'egemonia degli operai.42 In ogni caso, queste erano valutazioni concrete; non fanno che confermare come Marx ed Engels non facessero assegnamento sull'opera spontanea delle forze della storia, ma su un'azione politica nei limiti di quello che la storia permetteva. In tutte le fasi della loro vita analizzarono costantemente le situazioni con la mente rivolta all'azione. Bisogna dunque considerare la valutazione di queste mutevoli situazioni.
Possiamo distinguere tre fasi nello sviluppo della loro analisi: dalla met degli anni Quaranta dell'Ottocento alla met dei Cinquanta; i venticinque anni successivi, quando una vittoria duratura della classe operaia non sembrava una prospettiva imminente; e gli ultimi anni di Engels, quando l'ascesa dei partiti proletari di massa sembr aprire nuove prospettive di transizione nei Paesi capitalisti avanzati. In altre fasi rimaneva valida una modifica delle analisi precedenti. Considereremo gli aspetti internazionali della loro strategia separatamente, pi avanti.
La prospettiva del "1848" poggiava sull'assunto, rivelatosi corretto, che una crisi dei vecchi regimi sarebbe sfociata in una diffusa rivoluzione sociale e su quello, dimostratosi invece errato, che lo sviluppo dell'economia capitalistica fosse andato abbastanza avanti da rendere possibile il trionfo finale del proletariato come esito di tale rivoluzione. La classe operaia vera e propria, comunque la si intenda, all'epoca costituiva chiaramente una piccola minoranza della popolazione, eccetto in Gran Bretagna, dove, contrariamente alle previsioni di Engels, non vi fu alcuna rivoluzione. Era inoltre al tempo stesso immatura e a malapena organizzata. Le prospettive di una rivoluzione proletaria poggiavano dunque su due possibilit: o (come predisse Marx, in un certo qual modo anticipando Lenin) la borghesia tedesca avrebbe dimostrato di non avere la capacit o la volont di fare la propria rivoluzione, e in tal caso un proletariato embrionale, guidato da intellettuali comunisti, si sarebbe impadronito della sua leadership;43 oppure (come in Francia), avrebbe potuto continuare la radicalizzazione della rivoluzione borghese iniziata dai giacobini.
La prima possibilit si rivel chiaramente piuttosto irrealistica; la seconda sembrava ancora attuabile anche dopo la sconfitta del 1848-49. Il proletariato aveva preso parte alla rivoluzione come membro subalterno, ma importante, di un'alleanza di classe che, partendo da settori della borghesia liberale, si spostava verso sinistra. In una simile rivoluzione, le possibilit di radicalizzazione si palesarono in vari momenti, come quando i moderati decisero che la rivoluzione era durata abbastanza, mentre i radicali volevano continuare ad avanzare richieste "che corrispondevano almeno in parte all'interesse reale o apparente della grande massa della popolazione".44 Nel caso della Rivoluzione francese, questa radicalizzazione non aveva fatto altro che rafforzare la vittoria della borghesia moderata. Tuttavia, la potenziale polarizzazione degli antagonismi di classe durante l'epoca capitalistica, come era avvenuto nella Francia del 1848-49, tra una classe dominante borghese, unita e reazionaria, e un fronte composto da tutte le altre classi raggruppate attorno al proletariato, poteva per la prima volta far s che in seguito alla sconfitta della borghesia "il proletariato, agguerrito dall'esperienza", diventasse "il fattore decisivo". Questo aggancio storico con la Rivoluzione francese perse gran parte della sua attualit con il trionfo di Luigi Napoleone.45 Naturalmente molto - troppo, in realt - dipese dalla dinamica specifica dello sviluppo politico rivoluzionario, dal momento che la classe operaia europea continentale, inclusa quella parigina, aveva alle spalle uno sviluppo dell'economia capitalistica particolarmente inadeguato.
Il compito pi importante del proletariato era dunque la radicalizzazione della successiva rivoluzione da cui, una volta che la borghesia liberale fosse passata nelle file del "partito dell'ordine", probabilmente sarebbe emerso vincitore il pi radicale "partito democratico". Si trattava di "rendere permanente la rivoluzione", secondo lo slogan principale della Lega dei comunisti nel 185046 e che sarebbe stato la base di un'alleanza di breve durata tra marxiani e blanquisti. Tra i democratici, "la piccola borghesia repubblicana" era la forza pi radicale, e come tale quella pi dipendente dal sostegno proletario. Era il ceto che doveva principalmente sia esercitare pressione sul proletariato sia essere combattuto da quest'ultimo. Eppure il proletariato continuava a rappresentare una piccola minoranza e quindi aveva bisogno di alleati, anche quando ambiva a soppiantare i democratici piccolo-borghesi come guida dell'alleanza rivoluzionaria. Vale la pena di notare en passant che durante gli anni 1848-49 Marx ed Engels, cos come gran parte della sinistra, sottovalutarono il potenziale rivoluzionario o anche solo radicale delle campagne, delle quali s'interessarono ben poco. Fu soltanto dopo la sconfitta, forse grazie all'impulso di Engels (la cui Guerra dei contadini, del 1850, gi mostrava un forte interesse per l'argomento), che Marx giunse a prospettare, almeno per la Germania, "una seconda edizione della guerra dei contadini" per sostenere la rivoluzione proletaria (1856). Lo sviluppo rivoluzionario cos concepito era complesso e forse di lunga durata. Non era neanche possibile prevedere in che fase sarebbe avvenuta la "dittatura del proletariato". Nondimeno, il modello base era senz'altro quello di una pi o meno rapida transizione da una fase liberale iniziale a una guidata dal proletariato, passando attraverso una fase radical-democratica.
Marx ed Engels continuarono ad augurarsi, anzi, ad aspettarsi, una nuova edizione riveduta del 1848, almeno fino a quando la crisi capitalistica mondiale del 1857 manc di innescare rivoluzioni in altri Paesi. Da allora in poi, per almeno due decenni, non nutrirono speranze in una prossima e riuscita rivoluzione proletaria, anche se Engels, meglio di quanto non fece Marx, mantenne il suo perenne ottimismo giovanile. Di certo non si aspettarono granch dalla Comune di Parigi, e furono attenti a evitare dichiarazioni ottimistiche su di essa durante la sua breve vita. D'altro canto, il rapido sviluppo mondiale dell'economia capitalistica, e specialmente dell'industrializzazione in Europa occidentale e negli Stati Uniti, produceva ormai masse proletarie enormi in vari Paesi. Era alla forza crescente, alla coscienza di classe e all'organizzazione di questi movimenti dei lavoratori che si aggrappavano adesso le loro speranze. Non bisogna supporre che questo abbia comportato un mutamento fondamentale delle loro prospettive politiche. Come abbiamo visto, l'effettiva rivoluzione, nel senso di un trasferimento (forse violento) del potere, poteva verificarsi in varie fasi del lungo processo di sviluppo della classe operaia, dando a sua volta inizio a un lungo stato di transizione postrivoluzionaria. Il rinvio del passaggio di potere vero e proprio a una fase pi tarda dello sviluppo della classe operaia e del capitalismo avrebbe indubbiamente influenzato la natura del successivo periodo di transizione ma, pur rischiando di deludere i rivoluzionari pronti all'azione, difficilmente poteva cambiare il carattere essenziale del processo previsto. Ciononostante, il punto centrale della strategia politica di Marx ed Engels in questo periodo  che, sebbene disposti ad elaborare piani per ogni eventualit, essi non giudicavano imminente o probabile un riuscito passaggio del potere al proletariato.
L'avanzamento dei partiti socialisti di massa, in particolare dopo il 1890, per la prima volta cre la possibilit, in certi Paesi economicamente sviluppati, di una transizione diretta al socialismo sotto governi proletari che erano arrivati direttamente al potere. Questo sviluppo si produsse dopo la morte di Marx e pertanto non sappiamo come lo avrebbe affrontato, sebbene alcuni indizi suggeriscano che lo avrebbe fatto in modo pi flessibile e meno "ortodosso" di Engels.47 Peraltro questa  materia per congetture, dal momento che Marx mor prima che la tentazione di identificarsi in un fiorente partito di massa del proletariato tedesco diventasse cos forte. Ci sono prove del fatto che fu Bebel a persuadere Engels che una transizione diretta al potere fosse divenuta possibile, aggirando "la fase radical-borghese intermedia"48 considerato in precedenza necessario in Paesi che non erano riusciti a compiere una rivoluzione borghese. In ogni caso pareva che da quel momento in poi la classe operaia non sarebbe pi stata una minoranza, fortunosamente a capo di un'ampia alleanza rivoluzionaria, bens un vasto ceto avviato a diventare una maggioranza, organizzato come un partito di massa e in grado di radunare alleati provenienti da altri strati sociali attorno a quel partito. Proprio qui sta la differenza tra la nuova situazione e quella (ancora unica) della Gran Bretagna, in cui il proletariato rappresentava la maggioranza in una societ decisamente capitalistica e aveva raggiunto "un certo grado di maturit e universalit", ma che - per ragioni che Marx non si preoccup di indagare - non era riuscito a sviluppare un corrispondente movimento politico di classe.49 A questa prospettiva di "rivoluzione della maggioranza" realizzabile attraverso partiti socialisti di massa, Engels dedic i suoi ultimi scritti, sebbene questi vadano letti in una certa misura come reazione a una situazione specifica (quella tedesca) del periodo.
La nuova situazione storica con la quale Engels cercava ora di venire a patti era caratterizzata da tre particolarit. Non vi erano quasi precedenti per i partiti operai socialisti di massa del nuovo tipo, e nessuno per quelli che stavano diventando sempre pi dei comuni, singoli partiti nazionali "socialdemocratici", pressoch privi di competizione a sinistra, come in Germania. Le condizioni che permisero loro di svilupparsi, e che sempre pi si diffusero dopo il 1890, erano la legalit, la politica costituzionale e l'estensione del diritto di voto. Viceversa, le prospettive di una rivoluzione intesa in senso tradizionale erano ora sostanzialmente mutate (i mutamenti internazionali saranno presi in esame pi avanti). I dibattiti e le controversie dei socialisti nell'era della Seconda Internazionale riflettono i problemi posti da questi cambiamenti. Engels vi fu coinvolto solo in parte nelle fasi iniziali, e questi si fecero certamente gravi soltanto dopo la sua morte. Anzi, sarebbe lecito affermare che non elabor mai le possibili implicazioni della nuova situazione. Riguardo a tali implicazioni, comunque, le sue opinioni erano naturalmente pertinenti: aiutarono a dar loro forma e sarebbero state oggetto di un esteso dibattito testuale per l'impossibilit di identificarle con una qualunque tra le tendenze divergenti.
Quello che avrebbe originato una particolare controversia fu la sua insistenza sulle nuove possibilit insite nel suffragio universale e il suo abbandono delle vecchie prospettive insurrezionali - due posizioni espresse con chiarezza in uno dei suoi ultimi scritti, l'"aggiornamento" alle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di Marx (1895). Era la combinazione di entrambe a essere controversa: il giudizio per cui in Germania "la borghesia e il governo" erano giunti a "temere molto pi l'azione legale che l'azione illegale del movimento operaio, pi le vittorie elettorali che quelle della ribellione".50 Eppure, in realt, malgrado una certa ambiguit nei suoi ultimi scritti, di certo non si pu pensare che Engels avrebbe approvato o dato per scontate le successive illusioni legaliste o elettorali dei socialdemocratici in Germania o altrove.
Egli rinunci alle vecchie speranze insurrezionali non soltanto per ragioni tecniche, ma anche perch l'emergere con sempre maggiore evidenza dell'antagonismo di classe, che aveva reso possibili i partiti di massa, rendeva anche pi difficoltose le vecchie insurrezioni con le quali simpatizzavano tutti gli strati della popolazione. La reazione era cos in grado di ottenere il sostegno di ben pi ampi settori dei ceti medi: ""Il popolo" apparir quindi sempre diviso, e verr perci a mancare una leva potente che fu tanto efficace nel 1848".51 Ciononostante, Engels rifiut, anche per ci che riguardava la Germania, di abbandonare le sue idee sul confronto armato, e con il consueto ed eccessivo ottimismo predisse una rivoluzione tedesca per gli anni 1898-1904.52 Anzi, la sua tesi immediata, nel 1895, tentava di dimostrare poco pi del fatto che, nella situazione di allora, partiti come la Spd avevano tutto da guadagnare a rimanere nella legalit. Era quindi pi facile che il confronto violento e armato contro i socialisti partisse non dagli insorti, ma dalla destra. In questo, Engels riprendeva un ragionamento gi abbozzato da Marx negli anni Settanta53 riguardo ai Paesi nei quali non si ponevano ostacoli costituzionali all'elezione di un governo nazionale socialista. Qui l'idea era che la lotta rivoluzionaria avrebbe preso (come era avvenuto nella Rivoluzione francese e nella Guerra civile americana) la forma di una battaglia tra governo "legittimo" e "ribelli" controrivoluzionari. Non c' motivo di presumere che Engels sia mai stato in disaccordo con l'opinione espressa allora da Marx secondo cui "nessun grande movimento  nato senza spargimento di sangue".54 Engels evidentemente sapeva che non stava abbandonando la rivoluzione, ma semplicemente adattando la strategia e la tattica rivoluzionarie a una situazione mutata, come lui e Marx avevano fatto per tutta la loro vita. Fu la scoperta che la crescita dei partiti socialdemocratici di massa non conduceva a una qualche forma di confronto, bens d'integrazione del movimento nel sistema esistente, a gettare dubbi sulla sua analisi. Se una critica pu essergli mossa,  di aver sottovalutato questa possibilit.
D'altronde, era ben consapevole dei pericoli dell'opportunismo - "il sacrificio del futuro del movimento a vantaggio del suo presente" -55 e fece del suo meglio per salvaguardare i partiti da queste tentazioni ricordando, e anzi in gran parte sistematizzando, le principali dottrine ed esperienze di quello che cominciava a essere definito "marxismo", sottolineando il bisogno di una "scienza socialista",56 insistendo sulla base essenzialmente proletaria dell'avanzata socialista,57 e soprattutto stabilendo i limiti oltre i quali le alleanze politiche, i compromessi e le concessioni programmatiche al fine di ottenere supporto elettorale diventavano inammissibili.58 Tuttavia - e contro le intenzioni di Engels - questo di fatto contribu, in particolare nel partito tedesco, all'allargamento del gap fra teoria e dottrina da una parte e pratica politica dall'altra. Come possiamo vedere oggi, la tragedia degli ultimi anni di Engels fu che i suoi lucidi, realistici e spesso immensamente perspicaci commenti sulla concreta situazione dei movimenti, non servirono a influenzare la loro pratica, bens a rafforzare una dottrina generale sempre pi separata da questi. Le sue predizioni si dimostrarono fin troppo accurate: "Quale potr essere la conseguenza di tutto questo, se non che improvvisamente, al momento della decisione, il partito non sapr che cosa fare? Le questioni decisive sono poco chiare e incerte perch non sono mai state discusse".59
Quali che fossero le prospettive del movimento operaio, le condizioni politiche per la conquista del potere furono complicate dalla trasformazione inaspettata della politica borghese dopo la sconfitta del 1848. Nei Paesi che avevano vissuto la rivoluzione, lo Stato costituzionale parlamentare, regime politico "ideale" della borghesia, o non fu ottenuto, o (come in Francia) venne abbandonato a favore di un nuovo bonapartismo. In breve, nel 1848 la rivoluzione borghese o era fallita, o aveva portato a dei regimi imprevisti la cui natura probabilmente preoccupava Marx pi di qualsiasi altro problema riguardante lo Stato borghese: a Stati che, pur servendo semplicemente gli interessi della borghesia, non la rappresentavano direttamente in quanto classe.60 Questo sollev la questione pi ampia, ben lungi dall'aver perso in interesse, delle relazioni tra una classe dominante e l'apparato statale centralizzato, sviluppato originariamente dalle monarchie assolute, rafforzato dalla rivoluzione borghese in modo da conseguire "l'unit borghese della nazione", condizione essenziale per lo sviluppo capitalistico, ma sempre teso ad affermare una propria autonomia rispetto a tutte le classi, compresa la borghesia.61 (Questo  il punto di partenza della tesi secondo cui un proletariato vittorioso non pu semplicemente impadronirsi della macchina dello Stato, ma deve infrangerla.) Questa visione della convergenza fra classe e Stato, fra economia ed "lite del potere", anticipa chiaramente gran parte degli sviluppi del Novecento. Lo stesso vale per il tentativo di Marx di dotare il bonapartismo francese di una base sociale specifica, nella fattispecie i contadini piccolo-borghesi, una classe cio "incapace di far valere i propri interessi nel loro proprio nome [...] Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparire loro come il padrone, un'autorit che si impone loro come un potere governativo illimitato, che li difende dalle altre classi e distribuisce loro dall'alto il sole e la pioggia".62 Qui si anticipano varie forme di successivo populismo demagogico, fascismo, ecc.
Il perch simili forme di dominio dovessero prevalere non  stato analizzato con chiarezza da Marx ed Engels. La tesi di Marx secondo cui i governi democratico-borghesi avessero esaurito le loro possibilit e che un sistema bonapartista, l'ultimo bastione contro il proletariato, sarebbe stato pertanto l'ultima forma di dominio prima della rivoluzione proletaria,63 si dimostr chiaramente errata. In forma pi generale, una teoria dell'"equilibrio di classe" di tali regimi bonapartisti o assolutisti fu infine elaborata da Engels (soprattutto nell'Origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato), ed era basata su varie formulazioni di Marx desunte dall'esperienza francese. Queste andavano dall'analisi sofisticata nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte sul modo in cui, con le sue paure e le sue divisioni interne, il "partito dell'ordine" negli anni 1849-51 avesse "distrutto con le sue proprie mani nella lotta contro le altre classi della societ tutte le condizioni del proprio regime, del regime parlamentare", fino a dichiarazioni semplicistiche secondo cui il bonapartismo si fondava "sull'infiacchimento e l'impotenza delle due classi antagonistiche della societ".64 D'altro canto Engels, sovente pi modesto dal punto di vista teorico ma anche pi empirico, segu l'idea che il bonapartismo fosse accettabile per la borghesia perch questa non vuole prendersi il disturbo o "non ha la stoffa" per governare direttamente.65 A proposito di Bismarck, definendo scherzosamente il bonapartismo come "la religione della borghesia", afferm che questa classe poteva (come in Gran Bretagna) consentire che un'oligarchia aristocratica guidasse il vero e proprio governo nel suo interesse, oppure, in assenza di tale oligarchia, adottare la "semi-dittatura bonapartista" come "normale" forma di governo. Questa fertile intuizione non fu elaborata che in seguito, in relazione alle peculiarit della coesistenza borghese-aristocratica in Gran Bretagna,66 sia pure come osservazione incidentale. Allo stesso tempo, Marx ed Engels dopo il 1870 continuarono, o tornarono, a porre l'accento sul carattere costituzionale-parlamentare del tipico regime borghese.
Ma che cosa sarebbe accaduto alla vecchia prospettiva della rivoluzione borghese, che avrebbe dovuto essere radicalizzata e trascesa da una "rivoluzione permanente", negli Stati dove il 1848 era stato semplicemente sconfitto e i vecchi regimi ripristinati? In un certo senso, il fatto stesso che una rivoluzione avesse avuto luogo dimostrava che i problemi che aveva posto dovevano essere risolti: "I compiti reali [ossia storici] della rivoluzione, diversamente da quelli illusori, sono sempre risolti in conseguenza della rivoluzione stessa".67 Nella fattispecie furono risolti "dai suoi esecutori testamentari, Bonaparte, Cavour e Bismarck". Ma sebbene Marx ed Engels riconoscessero questo fatto e, pur con sentimenti contrastanti, lo accogliessero persino con favore, nel caso del raggiungimento "storicamente progressista" dell'unificazione tedesca da parte di Bismarck non ne elaborarono appieno le implicazioni. Cos il sostegno a un passo "storicamente progressista" compiuto da una forza reazionaria poteva entrare in conflitto con quello di alleati politici di sinistra che in quel momento osteggiavano quel passo. Di fatto questo avvenne con la guerra franco-prussiana, a cui Liebknecht e Bebel si opposero su basi anti-bismarckiane (sostenute dalla maggior parte della sinistra del 1848) e che Marx ed Engels privatamente erano invece, fino a un certo punto, inclini ad appoggiare.68  pericoloso auspicare "risultati storicamente progressisti" a prescindere da chi li realizza, se non ovviamente ex post facto. (L'avversione e il disprezzo di Marx per Napoleone III lo sollev da dilemmi analoghi a proposito dell'unificazione italiana.)
In ogni caso, c'era la questione pi seria di come valutare le indubbie concessioni fatte dall'alto alla borghesia - per esempio, da Bismarck - a volte descritte anche come "rivoluzioni dall'alto".69 Pur considerandole storicamente inevitabili, Engels - Marx scrisse poco sull'argomento - fu lento a convincersi che esse non fossero di durata limitata. O Bismarck si piegava a una soluzione pi borghese, oppure la borghesia tedesca "ancora una volta sar spinta a compiere il proprio dovere politico, opponendosi al sistema attuale, cosicch finalmente vi sar di nuovo un progresso".70 Da un punto di vista storico aveva ragione, poich nel corso dei settantacinque anni successivi, il compromesso bismarckiano e il potere degli Junker vennero spazzati via, pur se con modalit da lui non previste. Tuttavia, nel breve periodo e nella loro teoria generale dello Stato, Marx ed Engels non si rassegnarono davvero al fatto che le soluzioni di compromesso degli anni 1849-71 fossero, per la maggior parte delle classi borghesi europee, l'equivalente sostanziale di un altro 1848 e non un suo scadente surrogato. Tali classi non davano particolari segnali di avere desiderio o bisogno di maggior potere, oppure di uno Stato pi integralmente e inequivocabilmente borghese, come aveva invece suggerito lo stesso Engels.
In queste circostanze la battaglia per le "democrazie borghesi" prosegu, ma senza il precedente contenuto di rivoluzione borghese. Anche se questa battaglia, condotta sempre pi sotto la leadership della classe operaia, serv a conquistare diritti che facilitarono enormemente la mobilitazione e l'organizzazione dei partiti di massa dei lavoratori, non c'erano prove reali a sostegno dell'idea, propugnata da Engels nei suoi ultimi anni, che la repubblica democratica, "la forma conseguente [konsequente] del predominio borghese", sarebbe stata anche la forma in cui il conflitto tra borghesia e proletariato si sarebbe polarizzato e finalmente risolto sul campo.71 Il carattere della lotta di classe e dei rapporti borghesi-proletari in seno alla repubblica democratica, o al suo equivalente, rimase nebuloso. In breve, bisogna ammettere che la questione della struttura politica e della funzione dello Stato borghese in una situazione di capitalismo sviluppato e stabile non ricevette considerazione sistematica negli scritti di Marx ed Engels, alla luce dell'esperienza storica dei Paesi sviluppati dopo il 1849. Questo non diminuisce l'acutezza, e in molti casi la profondit, delle loro intuizioni e osservazioni.
Tuttavia, considerare l'analisi politica di Marx ed Engels senza la sua dimensione internazionale equivale a mettere in scena l'Otello come se non si svolgesse a Venezia. Per loro la rivoluzione era essenzialmente un fenomeno internazionale, non un semplice aggregato di trasformazioni nazionali, cos come essenzialmente internazionale era la loro strategia. Non per niente, L'indirizzo inaugurale di Marx alla Prima Internazionale si conclude con un'esortazione alle classi lavoratrici affinch penetrino i "misteri della politica internazionale" e vi prendano parte attiva.
Una politica e una strategia internazionali erano fondamentali, non soltanto perch esisteva un sistema internazionale di Stati che condizionava le possibilit di sopravvivenza di qualsiasi rivoluzione, ma - e pi in generale - perch lo sviluppo del capitalismo mondiale avanzava necessariamente attraverso la formazione di unit sociopolitiche separate, com' implicito nell'uso quasi intercambiabile da parte di Marx dei termini "societ" e "nazione".72 Il mondo creato dal capitalismo, quantunque sempre pi unificato, era "un'interdipendenza universale fra le nazioni"73. La fortuna della rivoluzione, inoltre, dipendeva dal sistema di relazioni internazionali, poich la storia, la geografia, le forze impari e lo sviluppo diseguale ponevano il suo evolversi in ciascun Paese alla merc di quello che avveniva altrove, o le davano risonanza internazionale.
La fede di Marx ed Engels nello sviluppo capitalistico attraverso un numero di unit ("nazionali") separate non deve essere confuso con la fede in quello che allora era chiamato "il principio di nazionalit" e oggi "nazionalismo". Pur se inizialmente legati a una sinistra repubblicano-democratica profondamente nazionalista - visto che questa era l'unica sinistra efficace a livello nazionale o internazionale, prima e durante il 1848 - essi rifiutarono il nazionalismo e l'autodeterminazione delle nazioni come fini a se stessi, cos come rifiutarono la repubblica democratica come fine a se stessa.74 Molti loro seguaci sarebbero stati meno cauti nel separare i socialisti proletari dai democratici piccolo-borghesi (nazionalisti). Che Engels non abbia mai perduto parte del nazionalismo tedesco della sua giovinezza, e dei relativi pregiudizi nazionali, soprattutto contro gli slavi,  noto.75 (Marx era meno affetto da simili sentimenti.) Eppure, la sua fede nel carattere progressista dell'unit tedesca, o il sostegno dato alle vittorie tedesche in guerra, non erano basati sul nazionalismo, sebbene di certo se ne rallegrasse in quanto tedesco. Per gran parte delle loro vite, sia Marx sia Engels considerarono la Francia, anzich il proprio Paese, decisiva per la rivoluzione. L'atteggiamento nei confronti della Russia, da tempo il bersaglio principale dei loro attacchi e del loro disprezzo, cambi non appena una rivoluzione russa apparve possibile.
Potranno dunque essere criticati per aver sottovalutato la forza politica del nazionalismo nel loro secolo, e per non essere riusciti a produrre un'analisi adeguata del fenomeno, ma non per incoerenza politica o teorica. Non erano a favore delle nazioni in quanto tali, e ancor meno a favore dell'autodeterminazione di una o di tutte le nazionalit in quanto tali. Come osservato da Engels con il suo solito realismo: "Non c' paese in Europa in cui diverse nazionalit non siano assoggettate a uno stesso governo [...] E con ogni probabilit sar sempre cos".76 Da attenti analisti quali erano, riconobbero che la societ capitalistica si sviluppava attraverso la subordinazione di interessi locali e regionali a unit vaste, per arrivare infine probabilmente - come sperarono dagli anni del Manifesto in poi - a un'autentica societ mondiale. Riconobbero, e nella prospettiva storica approvarono, la formazione di un numero di "nazioni" attraverso le quali operavano il processo e il progresso storici, e per questa ragione rifiutarono le proposte federaliste per sostituire "quell'unit di grandi nazioni che, se originariamente  stata realizzata con la forza politica,  ora diventata un potente fattore della produzione sociale".77 Per ragioni analoghe riconobbero e approvarono inizialmente la conquista di aree arretrate in Asia e America latina da parte di nazioni borghesi avanzate. Allo stesso modo riconobbero che molte nazioni pi piccole non avevano una valida giustificazione per rivendicare un'esistenza indipendente, e che alcune avrebbero potuto anche cessare effettivamente di esistere in quanto nazionalit; qui tuttavia chiaramente ignorarono alcuni processi contrari gi visibili all'epoca, come nel caso dei cechi. I sentimenti personali, come spieg Engels a Bernstein,78 erano secondari, bench, quando coincidevano con il giudizio politico (come nel caso di Engels a proposito dei cechi), lasciassero indebito spazio all'espressione del pregiudizio nazionale e, come sarebbe emerso pi tardi, a quello che Lenin avrebbe definito "sciovinismo della grande nazione".
D'altro canto, come politici rivoluzionari Marx ed Engels favorirono quelle nazioni e nazionalit, grandi o piccole, i cui movimenti aiutavano oggettivamente la rivoluzione e si opposero a quelli che si trovavano, altrettanto oggettivamente, dalla parte della reazione. In linea di principio adottarono il medesimo atteggiamento nei confronti delle politiche degli Stati. L'eredit principale che consegnarono dunque ai loro successori fu il fermo principio che le nazioni e i movimenti di liberazione nazionale non andavano considerati come fini a se stessi, ma soltanto in relazione al processo, agli interessi e alle strategie della rivoluzione mondiale. Per molti altri aspetti lasciarono un'eredit di problemi, per tacere di un numero di giudizi di condanna che dovettero essere spiegati all'infinito dai socialisti che tentavano di costruire dei movimenti tra quei popoli liquidati dai padri fondatori come astorici, arretrati o segnati. Princpi basilari a parte, ai marxisti successivi tocc il compito di costruire una teoria della "questione nazionale" senza ricevere un grande aiuto dai classici. Va notato che questo non era dovuto soltanto alle circostanze storiche profondamente mutate dell'epoca imperialistica, ma anche al fatto che Marx ed Engels riuscirono a sviluppare solo un'analisi assai parziale del fenomeno nazionale.
La storia determin le tre fasi principali della loro strategia internazionale: fino al 1848 compreso, gli anni 1848-71, e dal 1871 alla morte di Engels.
La fase decisiva della futura rivoluzione proletaria avrebbe avuto luogo in quell'area che aveva conosciuto la rivoluzione borghese e uno sviluppo capitalistico avanzato, vale a dire la Francia, la Gran Bretagna, i territori della Germania, e presumibilmente gli Stati Uniti. Marx ed Engels manifestarono scarso, se non occasionale, interesse per i Paesi "avanzati" meno importanti e politicamente non determinanti, fin quando lo sviluppo al loro interno di movimenti socialisti non rese necessari dei commenti sulla loro situazione. Negli anni Quaranta in questa zona era lecito aspettarsi la rivoluzione, che effettivamente ebbe luogo, sebbene, come fu riconosciuto da Marx,79 destinata al fallimento per la mancata partecipazione della Gran Bretagna. D'altra parte, all'infuori di quest'ultima, non esisteva ancora alcun vero proletariato o movimento di classe proletario.
Nella generazione dopo il 1848, la rapida industrializzazione produsse sia classi lavoratrici sia movimenti proletari in crescita, tuttavia la prospettiva di una rivoluzione sociale nella zona "avanzata" divenne sempre meno probabile. Il capitalismo era stabile. Durante questo periodo Marx ed Engels potevano solo augurarsi che una combinazione di tensione politica interna e conflitto internazionale riuscisse in qualche modo a creare una situazione dalla quale sarebbe scaturita una rivoluzione, come infatti accadde in Francia negli anni 1870-71. Tuttavia alla fine di questo periodo, contraddistinto ancora una volta da una crisi capitalistica su scala globale, la situazione mut. In primo luogo i partiti operai di massa, in gran parte sotto l'influsso marxista, trasformarono le prospettive di sviluppo interno nei Paesi "avanzati". In secondo luogo, ai margini della societ capitalistica sviluppata, in Irlanda e in Russia, nacque un nuovo elemento di rivoluzione sociale. Marx stesso se ne rese conto, pi o meno contemporaneamente per entrambi i Paesi, alla fine degli anni Sessanta. (Il primo riferimento specifico alla possibilit di una rivoluzione russa  del 1870.)80 Se l'Irlanda cess di svolgere un ruolo di rilievo nei calcoli di Marx dopo il crollo del fenianismo,81 la Russia divenne invece sempre pi importante: una sua rivoluzione sarebbe servita "di segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino" (1882).82 Il grande significato di una rivoluzione russa consisteva naturalmente nel cambiamento che avrebbe prodotto nella situazione dei Paesi sviluppati.
Questi mutamenti di prospettiva della rivoluzione modificarono profondamente l'atteggiamento di Marx ed Engels nei confronti della guerra. In linea di principio, non erano pi pacifisti di quanto non fossero democratici, repubblicani o nazionalisti. E tanto meno credevano che un conflitto potesse avere un'origine esclusivamente economica, almeno finch vissero, poich sapevano che la guerra altro non era "che la continuazione della politica con altri mezzi" di Clausewitz. Non ci sono affermazioni del genere nei loro scritti.83 Per un breve periodo, nelle prime due fasi, ritenevano che la guerra favorisse direttamente la loro causa, e la speranza della guerra gioc un ruolo rilevante a volte decisivo nei loro calcoli. Dai tardi anni Settanta in poi, il punto di svolta fu nel biennio 1879-80,84 considerarono invece una guerra generale come ostacolo a breve termine all'avanzata del movimento. Inoltre, Engels divenne negli ultimi anni sempre pi convinto del carattere terribile del nuovo conflitto, probabilmente mondiale, che aveva previsto. Esso avrebbe avuto, come dichiar profeticamente, un unico risultato certo: macelleria di massa su scala finora mai vista, sfinimento dell'Europa a un grado fino ad allora sconosciuto, e infine il crollo dell'intero vecchio sistema (1886).85 Si aspettava che una simile guerra terminasse con la vittoria del partito proletario, ma dal momento che per giungere alla rivoluzione una guerra era "non pi necessaria", naturalmente sper di poter "evitare questo macello" (1885).86
Due erano le ragioni principali per cui una guerra fu all'inizio parte integrante e necessaria della strategia rivoluzionaria, compresa quella di Marx ed Engels. In primo luogo, era indispensabile sopraffare la Russia zarista, il principale baluardo della reazione europea, restauratore e garante dello status quo conservatore. La Russia era in questa fase immune alla sovversione interna, fatta eccezione per il fianco occidentale, in Polonia, il cui movimento rivoluzionario ebbe dunque un ruolo duraturo e importante nella strategia internazionale di Marx ed Engels. La rivoluzione sarebbe stata sconfitta a meno che non si fosse trasformata in una guerra europea di liberazione contro la Russia; e viceversa, una simile guerra avrebbe esteso il raggio della rivoluzione, disintegrando gli imperi europei dell'Est. Il 1848 l'aveva estesa a Varsavia, Debrecen e Bucarest, scrisse Engels nel 1851; la prossima rivoluzione doveva estendersi a San Pietroburgo e Costantinopoli.87 Tale guerra doveva inevitabilmente coinvolgere l'Inghilterra, risoluta avversaria della Russia a Oriente, che doveva opporsi a un predominio russo in Europa; questo avrebbe avuto come ulteriore e cruciale vantaggio di minare l'altra grande colonna dello status quo, una stabile Gran Bretagna capitalista che dominava il mercato mondiale, portando forse i cartisti al potere.88 La sconfitta della Russia era la condizione internazionale essenziale per il progresso. Pu darsi che la campagna alquanto ossessiva di Marx contro il ministro degli Esteri britannico Palmerston fosse tinta di delusione per il rifiuto della Gran Bretagna di correre il rischio di un grande sconvolgimento degli equilibri di potere in Europa con una guerra generale, visto che in mancanza - e magari persino in presenza - di una rivoluzione europea, una grande guerra contro la Russia senza la partecipazione inglese era impossibile. Quando una rivoluzione russa divenne invece probabile, un simile conflitto non apparve pi come una condizione indispensabile per la rivoluzione nei Paesi avanzati, anche se il mancato verificarsi di una rivoluzione russa durante la sua vita indusse l'ultimo Engels a tornare a considerare la Russia come il baluardo della reazione.
In secondo luogo, tale guerra era l'unico modo per unificare e radicalizzare le rivoluzioni europee - un processo per il quale le guerre rivoluzionarie francesi degli anni Novanta del Settecento fornivano un precedente. Una Francia rivoluzionaria, che tornava alle tradizioni interne ed esterne del giacobinismo, era l'ovvio leader di una simile alleanza bellica contro lo zarismo, sia perch la Francia aveva iniziato la rivoluzione europea, sia perch possedeva un esercito rivoluzionario davvero formidabile. Anche questa speranza si infranse nel 1848, e sebbene la Francia continuasse ad avere una funzione cruciale nei calcoli di Marx ed Engels - entrambi infatti sottovalutarono con una certa ostinazione la stabilit e i successi del Secondo Impero, aspettandosi il suo crollo imminente - dagli anni Sessanta dell'Ottocento in poi essa non pot pi giocare il ruolo centrale nella rivoluzione europea che gli era stato precedentemente assegnato.
Ma se, nel periodo del 1848, la guerra era vista come il risultato logico e l'estensione della rivoluzione europea, e la condizione necessaria per il suo successo, nei vent'anni successivi doveva essere considerata come la speranza pi importante per destabilizzare lo status quo consentendo in questo modo uno sfogo alle tensioni interne dei vari Paesi. La speranza di ottenere tutto questo con una crisi economica si spense nel 1857.89 Da allora in poi n Marx n Engels riposero pi serie speranze a breve termine in una crisi economica, neppure nel 1891.90 I loro calcoli erano corretti: le guerre di questo periodo ebbero l'effetto previsto, sebbene non nella maniera auspicata da Marx ed Engels, poich non provocarono alcuna rivoluzione in nessun grande Paese europeo eccetto la Francia, il cui ruolo internazionale, come abbiamo visto, era mutato. Perci, come gi suggerito, Marx ed Engels si trovarono sempre pi nella nuova posizione di dover scegliere tra le politiche internazionali delle potenze esistenti, tutte quante borghesi o reazionarie.
Tutto questo restava naturalmente in gran parte su un piano accademico, poich Marx ed Engels non erano in grado di influenzare le politiche di Napoleone III, Bismarck o qualunque altro uomo di Stato, e non esistevano movimenti socialisti e operai del cui atteggiamento i governi dovessero tenere conto. Inoltre, sebbene a volte la politica "storicamente progressista" fosse abbastanza chiara - bisognava opporsi alla Russia, sostenere il Nord contro il Sud nella Guerra civile americana - la complessit dell'Europa lasciava infinito spazio a speculazioni e dibattiti inconcludenti. Non  in alcun modo evidente che Marx ed Engels avessero ragione pi di Lassalle nell'atteggiamento che adottarono nei confronti della guerra italiana del 1859,91 sebbene in pratica la posizione di nessuna delle due parti in causa fosse granch importante. Solo quando ci fossero stati dei partiti socialisti di massa che si sentissero obbligati a dare sostegno a uno Stato borghese in conflitto con un altro, le implicazioni politiche di simili dibattiti sarebbero diventate pi serie. Di certo, una delle ragioni per cui l'ultimo Engels (e anche l'ultimo Marx) cominci ad abbandonare i calcoli secondo cui la guerra internazionale poteva essere uno strumento di rivoluzione, fu la scoperta che essa avrebbe condotto alla "recrudescenza dello sciovinismo in tutti i paesi",92 e che avrebbe fatto il gioco delle classi dominanti e indebolito i movimenti ora in crescita.
Se le prospettive rivoluzionarie nel periodo successivo al 1848 non erano buone, ci era largamente dovuto al fatto che la Gran Bretagna era il bastione principale della stabilit capitalistica, come la Russia quello della reazione. "Russia e Inghilterra sono le due grandi pietre miliari dell'effettivo sistema europeo."93 Nel lungo periodo i britannici si sarebbero messi in moto solo con la fine del monopolio mondiale del Paese, cosa che cominci a verificarsi negli anni Ottanta, e che fu in varie occasioni analizzata e giudicata favorevolmente da Engels. Mentre la prospettiva di una rivoluzione russa scalzava un caposaldo del sistema, la fine del monopolio mondiale della Gran Bretagna scalzava l'altro, sebbene le aspettative di Engels nei confronti del movimento inglese rimanessero modeste perfino negli anni Novanta dell'Ottocento.94 Nel breve periodo Marx sper di "accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra", che considerava il compito principale della Prima Internazionale - cosa nemmeno del tutto irrealistica, dal momento che " l'unico paese nel quale le condizioni materiali di tale rivoluzione si siano sviluppate fino ad un certo grado di maturit" -95 attraverso l'Irlanda. L'Irlanda divideva i lavoratori britannici secondo distinzioni razziali, dava loro un chiaro interesse comune nello sfruttare un altro popolo e forniva la base economica per l'oligarchia fondiaria inglese, il cui rovesciamento doveva essere il primo passo nel progresso britannico.96 La scoperta che un movimento di liberazione nazionale in una colonia agraria sarebbe potuto divenire un elemento cruciale nel rivoluzionare un impero avanzato, preannunciava gli sviluppi marxisti nell'era di Lenin; e non  un caso che nella mente di Marx questa fosse associata a un'altra nuova scoperta: il potenziale della rivoluzione nella Russia agraria.97
Nella fase finale della strategia di Marx, o pi precisamente di Engels, la situazione internazionale venne profondamente trasformata dalla prolungata depressione capitalistica, dal declino del monopolio mondiale della Gran Bretagna, dal costante progresso industriale della Germania e degli Stati Uniti, e da una probabile rivoluzione in Russia. Per di pi, per la prima volta dal 1815, si stava evidentemente profilando una guerra mondiale, osservata e analizzata con notevole acume profetico e perizia militare da Engels. Ciononostante, come abbiamo visto, la politica internazionale delle grandi potenze adesso rivestiva nei loro piani un ruolo molto ridotto o, piuttosto, pi negativo. Era considerata soprattutto alla luce delle sue ripercussioni sulle fortune dei partiti socialisti in crescita, e giudicata un ostacolo alla loro avanzata, anzich un utile ausilio.
In un certo senso, l'interesse di Engels per la politica internazionale era sempre pi concentrato all'interno del movimento operaio che, negli ultimi anni della sua vita, si era nuovamente organizzato in una Internazionale, tenuto conto che le azioni di ciascun movimento potevano rafforzare, far avanzare o inibire gli altri. Questo risulta chiaramente dai suoi scritti, sebbene non sia il caso di attribuire troppa importanza al suo occasionale paragone tra la situazione negli anni Novanta e quella precedente il 1848.98 Per di pi era naturale supporre che le sorti del socialismo si sarebbero decise in Europa (in assenza di un forte movimento negli Stati Uniti) e sarebbero dipese dai movimenti esistenti nelle grandi potenze continentali, di cui ormai faceva parte la Russia (in mancanza di un forte movimento in Gran Bretagna). Per quanto fossero ben accetti, Engels non dedic troppa attenzione ai movimenti in Scandinavia o nei Paesi Bassi, praticamente nessuna a quelli nei Balcani, e fu propenso a considerare qualunque movimento nei Paesi coloniali come un irrilevante fenomeno periferico o una conseguenza di sviluppi metropolitani.
A parte ribadire il fermo principio secondo cui "il proletariato vittorioso non pu imporre alcun tipo di "felicit" a un popolo straniero senza mettere in pericolo la sua stessa vittoria",99 non consider seriamente il problema della liberazione coloniale.100  anzi sorprendente la scarsa attenzione che dedic a questi problemi che, appena o quasi sparse le sue ceneri, s'imposero alla sinistra internazionale nella forma del grande dibattito sull'imperialismo. "Dobbiamo lavorare" scrisse a Bernstein nel 1882 "per la liberazione del proletariato nell'Europa occidentale, subordinando ogni altro obiettivo a questo scopo."101
All'interno di quest'area centrale dell'avanzata proletaria, il movimento internazionale era ormai un movimento di partiti nazionali, e cos doveva essere, a differenza di quanto avvenuto prima del 1848.102 Questo sollev la questione del coordinamento delle loro operazioni e di come comportarsi riguardo ai conflitti sorti in seguito a specifiche rivendicazioni e pretese nazionali nei singoli movimenti. Alcuni di questi problemi fu possibile rinviarli con discrezione a un futuro indefinito grazie a formule apposite, per esempio quella sull'autodeterminazione finale,103 bench i socialisti in Russia e Austria-Ungheria fossero consci pi di Engels che con altri non si sarebbe potuto fare altrettanto. Poco pi di un anno dopo la morte di Engels, Kautsky ammise francamente che la "vecchia posizione di Marx" sui polacchi, sulla questione orientale e sui cechi non era pi sostenibile.104 Inoltre, la disparit di forze e importanza strategica tra i vari movimenti poneva difficolt minori ma pur sempre fastidiose. Per esempio, i francesi si erano assunti per tradizione "la missione di liberatori del mondo" e dunque il diritto di porsi a capo del movimento internazionale.105 Ma la Francia non era pi in condizioni di mantenere questo ruolo e il movimento francese - diviso, confuso e pesantemente infiltrato dal repubblicanesimo radicale piccolo-borghese o da altri elementi fuorvianti - si mostr deludente e maldisposto ad ascoltare Marx ed Engels.106 A un certo punto, Engels sostenne persino che il movimento austriaco avrebbe potuto rimpiazzare quello francese come "avanguardia".
La crescita spettacolare del movimento tedesco invece - per non parlare dei suoi legami con Marx ed Engels - lo aveva ormai reso chiaramente la forza principale dell'avanzata socialista internazionale.107 Sebbene Engels non credesse nella subordinazione di altri movimenti a un partito guida, salvo forse nel momento dell'azione immediata,108 era palese che gli interessi del socialismo mondiale sarebbero stati meglio serviti dal progresso del movimento tedesco. Questa non era un'opinione sostenuta soltanto dai socialisti tedeschi: era ancora assai diffusa nei primi anni della Terza Internazionale. D'altro canto l'idea, gi espressa da Engels nei primi anni Novanta dell'Ottocento, che in una guerra europea la vittoria tedesca contro un'alleanza franco-russa sarebbe stata preferibile,109 in altri Paesi non era condivisa. Ad ogni modo, la prospettiva di una rivoluzione che scaturisse dalla sconfitta - prospettiva da lui offerta ai francesi e ai russi - sarebbe stata di certo accolta con favore da Lenin.  questione oziosa speculare su che cosa Engels avrebbe pensato nel 1914 se fosse stato ancora vivo, cos come non  lecito presumere che avrebbe mantenuto le stesse opinioni che aveva negli anni Novanta.  anche probabile che la maggior parte dei partiti socialisti avrebbe deciso di sostenere il proprio governo nonostante il partito tedesco fosse stato incapace di appellarsi all'autorit di Engels. In ogni caso, il suo lascito alla Internazionale in materia di relazioni internazionali, e in particolare di guerra e pace, fu ambiguo.
Come possiamo riassumere il complesso di idee sulla politica che Marx ed Engels lasciarono in eredit ai loro successori? In primo luogo, questo lascito evidenziava la subordinazione della politica allo sviluppo storico. La vittoria del socialismo era storicamente inevitabile per via del processo sintetizzato da Marx nel famoso passaggio sulla tendenza storica dell'accumulazione capitalistica nel libro I del Capitale, che culminava nella profezia sull'"espropriazione degli espropriatori".110 L'azione politica socialista non cre "la rivolta della classe operaia, una classe sempre crescente di numero, e disciplinata, unita, organizzata dallo stesso meccanismo di produzione capitalistico": era basata su di essa. Le prospettive dell'azione politica socialista dipendevano fondamentalmente dallo stadio raggiunto dallo sviluppo capitalistico, sia da un punto di vista globale sia in Paesi specifici, e un'analisi marxista della situazione in quest'ottica costituiva dunque la base necessaria alla strategia politica socialista. La politica ha le sue radici nella storia, e l'analisi marxiana mostrava quanto essa fosse impotente a conseguire i propri obiettivi quando non era cos radicata; e al contrario, quanto fosse invincibile il movimento dei lavoratori, che invece lo era.
In secondo luogo, la politica era comunque cruciale, al punto che l'inevitabilmente trionfante classe operaia doveva organizzarsi - e si sarebbe organizzata - politicamente (cio come un "partito") e avrebbe puntato al trasferimento del potere politico, cui sarebbe seguito un sistema transitorio di autorit statale sotto il proletariato. L'azione politica era dunque l'essenza del ruolo proletario nella storia; operava attraverso la politica, vale a dire entro i limiti stabiliti dalla storia: scelta, decisione e azione cosciente. Probabilmente nella vita di Marx ed Engels, cos come durante la Seconda Internazionale, il criterio principale che distingueva i marxiani dalla maggior parte degli altri socialisti, comunisti e anarchici (eccetto quelli inseriti nella tradizione giacobina), e dai movimenti sindacali e cooperativi "puri", era la convinzione del ruolo fondamentale della politica prima, durante e dopo la rivoluzione. Potr anche essere stato eccessivamente enfatizzato per via della controversia di Marx con gli anarchici proudhoniani e bakuniniani, ma la sua primaria importanza  fuori di dubbio. Quanto al periodo postrivoluzionario, le implicazioni di questo atteggiamento erano ancora accademiche. Per il periodo prerivoluzionario esse coinvolgevano necessariamente il partito proletario in tutti i tipi di attivit politica sotto il capitalismo.
In terzo luogo, Marx ed Engels videro questa politica essenzialmente come una lotta di classe tra Stati che rappresentavano la classe o le classi dominanti, tranne che per certe contingenze storiche particolari, come nel caso dell'equilibrio di classe. Cos come si batterono per il materialismo storico contro l'idealismo in filosofia, allo stesso modo Marx ed Engels criticarono costantemente l'idea che lo Stato fosse al di sopra delle classi, rappresentasse l'interesse comune di tutta la societ (se non in senso negativo, come tutela per evitarne il crollo), o fosse neutrale rispetto alle classi. Lo Stato era un fenomeno storico della societ classista, ma mentre esisteva in quanto Stato, rappresentava il dominio di classe, sebbene non necessariamente nella forma, semplificata a scopo di propaganda, di "comitato esecutivo della classe dominante". Questo imponeva dei limiti sia al coinvolgimento dei partiti proletari nella vita politica dello Stato borghese, sia alle concessioni che ci si poteva attendere da esso. Il movimento proletario, dunque, operava sia entro i confini della politica borghese sia al di fuori di essi. Dato che il potere era definito come il contenuto principale dello Stato, sarebbe facile presumere (anche se Marx ed Engels non lo fecero) che il potere fosse in ogni momento l'unico aspetto significativo della politica e della discussione sullo Stato.
In quarto luogo, lo Stato proletario di transizione, qualunque funzione avesse mantenuto, doveva eliminare la separazione tra il popolo e il governo in quanto gruppo speciale di governanti. Si potrebbe dire che doveva essere "democratico", se questa parola non fosse identificata nel linguaggio comune con un tipo specifico di governo istituzionale espresso da assemblee di rappresentanti parlamentari periodicamente eletti, che Marx rifiutava. Eppure, in un'accezione che non lo identifichi con istituzioni specifiche, e che ricorda per certi versi Rousseau, si trattava di una "democrazia". Questa  stata la parte dell'eredit di Marx pi problematica per i suoi successori, dal momento che, per ragioni che esulano dalla presente discussione, tutti i concreti tentativi di realizzare il socialismo seguendo le linee guida marxiane si sono finora trovati a rafforzare un apparato statale indipendente (come hanno fatto i regimi non socialisti), mentre i marxisti sono stati riluttanti ad abbandonare l'aspirazione che Marx aveva con tanta determinazione considerato come aspetto essenziale dello sviluppo della nuova societ.
Infine, e in una certa misura intenzionalmente, nel loro pensiero politico Marx ed Engels lasciarono ai loro successori una serie di spazi vuoti o riempiti in modo ambiguo. Poich le forme vere e proprie della struttura politica e costituzionale prima della rivoluzione erano per loro importanti solo nella misura in cui favorivano o inibivano lo sviluppo del movimento, riservarono poca attenzione a esse, pur commentando liberamente una variet di casi e situazioni concrete. Rifiutandosi di speculare sui dettagli della futura societ socialista, come pure su quelli del periodo di transizione postrivoluzionario, lasciarono ai loro successori poco pi che qualche principio generale con i quali affrontarla. Non fornirono cos alcuna guida concreta di uso pratico su problemi come la natura della socializzazione dell'economia, o le misure necessarie per pianificarla. C'erano inoltre alcuni argomenti sui quali non fornirono assolutamente nessuna indicazione, per quanto generale, ambigua o datata, perch non avvertirono mai il bisogno di prenderli in esame.
Eppure quello che va sottolineato non  tanto ci che i marxisti successivi potessero o meno derivare in particolare dall'eredit dei fondatori, o ci su cui avrebbero dovuto ragionare loro stessi, ma l'estrema originalit di tale retaggio. Quello che Marx ed Engels respinsero insistentemente, in modo militante e polemico, era l'approccio tradizionale della sinistra rivoluzionaria di allora, compresi i primi socialisti,111 un approccio che non ha ancora perduto le sue attrattive. Rifiutarono le semplici dicotomie di coloro che si prefiggevano di sostituire la cattiva societ con la buona, l'irrazionalit con la ragione, il nero col bianco. Rifiutarono gli aprioristici modelli programmatici delle varie correnti della sinistra, sottolineando il fatto che ognuna di queste ne aveva elaborato uno (ed erano programmi talvolta utopistici ed elaborati), ma che raramente erano in accordo tra loro. Respingevano anche la tendenza a costruire modelli operativi definiti, per esempio il prescrivere la forma esatta del cambiamento rivoluzionario dichiarando illegittimi tutti gli altri, il respingere l'azione politica o il basarsi esclusivamente su di essa, ecc. Rifiutarono il volontarismo astorico.
Posero invece fermamente l'azione del movimento nel contesto dello sviluppo storico. La forma del futuro e i compiti dell'azione potevano essere percepiti soltanto scoprendo il processo di sviluppo sociale che avrebbe condotto a essi, e questa stessa scoperta diventava possibile soltanto a un certo stadio dello sviluppo. Se questo limitava la visione del futuro a pochi e rozzi princpi strutturali, escludendo previsioni speculative, dava alle speranze socialiste la certezza dell'inevitabilit storica. In termini di azione politica concreta, decidere che cosa fosse necessario e possibile (sia a livello mondiale sia in regioni e Paesi specifici) richiedeva un'analisi tanto dello sviluppo storico quanto delle situazioni concrete. Cos la decisione politica s'inseriva in una cornice di cambiamento storico, che non dipendeva dalla decisione politica. Questo inevitabilmente rendeva i compiti politici dei comunisti al contempo ambigui e complessi.
Erano ambigui perch i princpi generali dell'analisi marxiana erano troppo ampi per fornire una guida politica specifica quando questa era necessaria. Ci riguarda in particolare i problemi della rivoluzione e la successiva transizione al socialismo. Generazioni di commentatori hanno perlustrato i testi alla ricerca di una dichiarazione chiara su come sarebbe stata la "dittatura del proletariato" e hanno fallito, perch i fondatori erano anzitutto preoccupati di stabilire la necessit storica di un simile periodo. Erano complessi perch l'atteggiamento di Marx ed Engels verso le forme dell'azione e dell'organizzazione politica, distinte dal loro contenuto, e verso le istituzioni formali nelle quali si trovavano a operare, era cos largamente determinato dalla situazione concreta che non poteva essere ridotto a un complesso di regole permanenti. In ogni momento e in ogni Paese o regione, l'analisi politica marxiana poteva essere formulata come una serie di raccomandazioni riguardo la linea politica (come, per esempio, nell'Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei comunisti nel 1850), ma queste non potevano per definizione essere applicate a situazioni diverse da quelle per cui erano state enunciate, come fece notare Engels nei suoi pensieri successivi sulle Lotte di classe in Francia di Marx. Ma le situazioni postmarxiane erano inevitabilmente differenti da quelle vissute da Marx, e nella misura in cui presentavano delle somiglianze, queste potevano essere individuate soltanto da un'analisi storica sia della situazione con la quale si era misurato lo stesso Marx, sia di quella per la quale i marxisti successivi cercavano la sua guida. Tutto questo rese pressoch impossibile desumere dagli scritti classici qualcosa di simile a un manuale di istruzioni strategiche e tattiche, e perfino pericoloso usarli come una serie di precedenti, nonostante lo si sia fatto. Quello che si poteva imparare da Marx era il suo metodo di affrontare i compiti dell'analisi e dell'azione, piuttosto che lezioni bell'e pronte da ricavare dai testi classici.
E questo  senz'altro ci che Marx avrebbe desiderato che i suoi seguaci imparassero. Tuttavia, la traduzione delle idee marxiane in princpi ispiratori a beneficio dei movimenti di massa, dei partiti e dei gruppi politici organizzati inevitabilmente avrebbe portato con s quella che Emil Lederer defin una volta "la ben nota, riassunta, semplificata stilizzazione che brutalizza il pensiero, e alla quale ogni grande idea  e dev'essere esposta, se deve mettere le masse in movimento".112 Una guida all'azione era costantemente tentata di lasciarsi trasformare in dogma. In nessuna parte della teoria marxiana questo  stato altrettanto lesivo per la teoria e il movimento, quanto per il campo del pensiero politico di Marx ed Engels; ma rappresenta ci che divent il marxismo, forse ineluttabilmente, forse no. Rappresenta una derivazione da Marx ed Engels, tanto pi dal momento che i testi dei fondatori acquisirono lo status di classici o addirittura canonico. Ma non rappresenta ci che Marx ed Engels pensarono e scrissero, e solo a volte il presupposto delle loro azioni.
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CAPITOLO 4. Sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels.
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Friedrich Engels, bench sia difficile ricordarsene, aveva ventiquattro anni quando scrisse La situazione della classe operaia. Era tuttavia straordinariamente qualificato per il compito: proveniva da una ricca famiglia di industriali del cotone di Barmen, in Renania, che tra l'altro era stata abbastanza astuta da stabilire una filiale (la Ermen & Engels), nel vero e proprio centro dell'economia del capitalismo industriale, cio Manchester. Il giovane Engels, circondato dagli orrori del primo capitalismo industriale e per reazione contro il meschino e moralistico pietismo di casa sua, imbocc la strada tipica dei giovani intellettuali tedeschi progressisti dei tardi anni Trenta dell'Ottocento. Al pari del suo contemporaneo Karl Marx, poco pi anziano di lui, divent un "hegeliano di sinistra" - la filosofia di Hegel allora dominava l'istruzione superiore nella capitale prussiana, Berlino -, si accost progressivamente al comunismo e inizi a collaborare con vari periodici e pubblicazioni tramite i quali la sinistra tedesca cercava di formulare la propria critica della societ. Ben presto giunse a considerarsi un comunista. Non  chiaro se la decisione di stabilirsi per un po' in Inghilterra sia stata sua o del padre. Probabilmente la caldeggiavano entrambi per ragioni diverse: il vecchio Engels allo scopo di allontanare il figlio rivoluzionario dai fermenti che agitavano la Germania e farne un solido uomo d'affari, il giovane Engels per potersi trovare al centro del capitalismo moderno e vicino ai grandi movimenti del proletariato britannico, che gi aveva riconosciuto come la forza rivoluzionaria cruciale del mondo moderno.
Engels part per l'Inghilterra nell'autunno del 1842, entrando per la prima volta in contatto personale con Marx strada facendo, e vi rimase per gran parte dei due anni successivi, osservando, studiando e formulando le sue idee.1 Nei primi mesi del 1844 era di certo gi al lavoro sul libro, anche se per la maggior parte venne scritto nell'inverno tra il 1844 e il 1845. L'opera apparve nella sua forma finale a Lipsia, nell'estate del 1845, con una prefazione e una dedica (in inglese) "alla classe operaia della Gran Bretagna".2 Fu pubblicata in inglese, con leggere revisioni da parte dell'autore, ma con corpose prefazioni nel 1887 (edizione americana) e nel 1892 (edizione britannica). Ci volle quindi quasi mezzo secolo prima che questo capolavoro sulla prima Inghilterra industriale raggiungesse il Paese che ne era il soggetto. Da allora per  diventato familiare a chiunque studi la Rivoluzione industriale, almeno come titolo.
L'idea di scrivere un libro sulla condizione delle classi lavoratrici non era di per s originale. Sin dagli anni Trenta era chiaro a ogni osservatore intelligente che le aree economicamente avanzate d'Europa si trovavano di fronte a un problema sociale che non era solo quello "dei poveri", ma di una classe storicamente senza precedenti, il proletariato. Gli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento, un periodo decisivo per l'evoluzione del capitalismo e del movimento della classe operaia, videro pertanto il proliferare di libri, pamphlet e indagini sulla condizione della classe operaia in tutta l'Europa occidentale. Il libro di Engels  il pi importante contributo del suo genere, sebbene il Tableau de l'tat physique et moral des ouvriers employs dans les manufactures de coton, de laine et de soie (1840) di Lous-Ren Villerm sia degno di menzione in quanto notevole esempio di inchiesta sociale. Era inoltre evidente come il problema del proletariato non fosse solamente locale o nazionale, bens internazionale. Buret aveva messo a confronto le situazioni inglese e francese (in La misre des classes laborieuses en France et en Angleterre, 1840) e Ducptiaux aveva raccolto dati sulle condizioni dei giovani lavoratori in tutta Europa nel 1843. Il libro di Engels non era dunque un fenomeno letterario isolato, un fatto che ha spinto periodicamente alcuni antimarxisti, in mancanza di argomenti migliori, ad accusarlo di plagio.3
Tuttavia, l'opera si differenziava da lavori contemporanei apparentemente simili per vari aspetti. Innanzi tutto, come afferm giustamente lo stesso Engels, era il primo libro in Gran Bretagna o in qualunque altro Paese a occuparsi della classe operaia nella sua interezza, e non soltanto di settori o industrie particolari. In secondo luogo, ancora pi importante, non era solo un'inchiesta sulle condizioni della classe operaia, bens un'analisi generale dell'evoluzione del capitalismo industriale, dell'impatto sociale dell'industrializzazione e delle sue conseguenze economiche e politiche, inclusa l'ascesa del movimento operaio. Di fatto si trattava del primo tentativo su vasta scala di applicare il metodo marxista allo studio concreto della societ, e probabilmente del primo lavoro di Marx o Engels che i fondatori del marxismo reputarono abbastanza valido da meritare di essere conservato per sempre.4 Tuttavia, come Engels chiar nella prefazione del 1892, il suo libro non rappresentava ancora un marxismo maturo, piuttosto "una delle fasi del suo sviluppo embrionale". Per un'interpretazione matura e pienamente formulata occorre arrivare al Capitale di Marx.
Argomento e analisi
L'opera inizia con un breve abbozzo di quella Rivoluzione industriale che trasform la societ britannica e gener, come suo prodotto principale, il proletariato (Introduzione e cap. I). Questo  il primo dei risultati pionieristici di Engels, poich la Situazione  probabilmente la prima opera di una certa mole la cui analisi sia sistematicamente basata sul concetto di Rivoluzione industriale, all'epoca ancora nuovo e approssimativo, essendo stato inventato nelle discussioni dei socialisti britannici e francesi durante gli anni Venti dell'Ottocento. Il resoconto storico fatto da Engels di questa trasformazione non accampa alcun diritto di originalit storiografica; sebbene ancora utile,  stato superato da lavori successivi e pi esaurienti.
Da un punto di vista sociale, Engels vede le trasformazioni generate dalla Rivoluzione industriale come un gigantesco processo di concentrazione e polarizzazione, la cui tendenza  di creare, in una societ sempre pi urbanizzata, un proletariato in crescita e una borghesia sempre pi ristretta formata da capitalisti sempre pi grossi. L'ascesa dell'industrialismo capitalistico distrugge i piccoli produttori di merci, i contadini e la piccola borghesia, e il declino di questi strati intermedi, privando il lavoratore della possibilit di diventare un maestro artigiano, lo confina nei ranghi del proletariato, che diviene cos "una classe definita della popolazione, laddove era stata solamente una fase di transizione verso l'ingresso nelle classi medie". I lavoratori pertanto sviluppano una coscienza di classe, il termine non  utilizzato da Engels, e un movimento dei lavoratori. E qui risiede un altro dei massimi risultati di Engels. Per usare le parole di Lenin, "fu tra i primi a dire che il proletariato non  soltanto una classe che soffre; che  precisamente la sua vergognosa situazione economica a spingerlo irresistibilmente avanti e lo obbliga a lottare per la propria emancipazione finale".5
Tuttavia, questo processo di concentrazione, polarizzazione e urbanizzazione non  fortuito. La meccanizzazione dell'industria su larga scala richiede investimenti di capitali sempre crescenti, e la sua divisione del lavoro esige l'accumularsi di un gran numero di proletari. Queste grandi unit produttive, anche quando sono costruite nelle campagne, attirano attorno a s comunit che produrranno un surplus di forza lavoro, cos da far calare i salari e attrarre altri industriali. In tal modo i villaggi industriali diventano citt che continuano a espandersi per via dei vantaggi economici che presentano per gli industriali. Anche se l'industria tender a trasferirsi dalle citt, dove i salari sono pi alti, alle zone rurali, dove sono pi bassi, ci a sua volta pianter i semi dell'urbanesimo nelle campagne.
Per Engels sono quindi le grandi citt i luoghi tipici del capitalismo, e ne discute nel capitolo II; qui lo sfruttamento e la concorrenza senza freni appaiono nella loro forma pi nuda: "Dappertutto barbara indifferenza, duro egoismo da un lato, e una miseria indicibile dall'altro, dappertutto la guerra sociale, la casa di ogni singolo in stato d'assedio, dappertutto rapine reciproche sotto la protezione della legge". In quest'anarchia, quanti sono privi di mezzi di sussistenza e di produzione sono sconfitti e ridotti a lavorare per una miseria, o a morire di fame se disoccupati; e quel che  peggio, sono destinati a una vita di profonda insicurezza, in cui il futuro del lavoratore  del tutto sconosciuto e incerto. Di fatto esso  governato dalle leggi della concorrenza capitalistica, che Engels tratta nel capitolo III.
Il salario degli operai fluttua tra un minimo a livello di pura sussistenza - sebbene questo per Engels non sia un concetto rigido - che  determinato dalla competizione reciproca tra i lavoratori (ma limitato dalla loro impossibilit di lavorare al di sotto della sussistenza) e un massimo, determinato dalla concorrenza reciproca tra i capitalisti in tempi di carenza di forza lavoro. Il salario medio  probabilmente un po' al di sopra di quello minimo: di quanto, dipende dagli standard di vita abituali o acquisiti dei lavoratori. Ma certi tipi di lavoro, specialmente nell'industria, richiedono operai meglio qualificati, e il livello medio del loro salario  pertanto pi elevato rispetto agli altri, sebbene in parte rispecchi anche il costo pi alto della vita nelle citt. (Questo salario urbano e industriale pi elevato contribuisce inoltre ad allargare la classe operaia, attirando immigrati dalle campagne o da altri Paesi, in questo caso dall'Irlanda.) Tuttavia, la competizione tra lavoratori crea un permanente "surplus di popolazione" - quello che Marx avrebbe pi tardi chiamato l'esercito industriale di riserva - che tiene bassi gli standard di vita di tutti.
Ci avviene malgrado l'espansione dell'intera economia, dovuta alla diminuzione del prezzo dei prodotti in seguito al progresso tecnologico, che accresce la domanda e riassorbe molti lavoratori spostandoli in nuove industrie, nonch al monopolio industriale mondiale della Gran Bretagna. Di conseguenza la popolazione cresce, la produzione aumenta, e con essa la domanda di manodopera. Ciononostante, il "surplus di popolazione"  mantenuto per via dell'azione del ciclo periodico di prosperit e crisi, che Engels fu tra i primi a riconoscere come parte integrante del capitalismo, e per il quale fu sempre tra i primi a suggerire una periodicit precisa.6 Il riconoscimento di un esercito industriale di riserva come parte essenziale e permanente del capitalismo e del ciclo del commercio, rappresenta due ulteriori, importanti dimostrazioni di pionierismo teorico. Dal momento che il capitalismo opera attraverso delle fluttuazioni, deve avere una riserva permanente di lavoratori, eccetto durante il picco dei boom. Tale riserva  composta in parte da proletari, in parte da proletari potenziali: abitanti delle campagne, immigrati irlandesi, persone che provengono da occupazioni economicamente meno dinamiche.
Che genere di classe operaia produce il capitalismo? Quali sono le sue condizioni di vita, che tipo di comportamento collettivo e individuale creano queste condizioni materiali? Engels dedica la maggior parte del suo libro (capitoli III, V-XI) alla descrizione e all'analisi di questi problemi, e cos facendo offre il suo contributo pi maturo alla scienza sociale, un'analisi dell'impatto sociale dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione capitalistiche che rimane ancora oggi per molti aspetti insuperata. Va letta e studiata nei dettagli. L'argomento pu essere brevemente riassunto come segue. Il capitalismo getta di punto in bianco il nuovo proletariato, spesso formato da immigrati provenienti da un ambiente preindustriale, in un inferno sociale nel quale sono oppressi, sottopagati o ridotti alla fame, lasciati marcire in tuguri, negletti, disprezzati e coartati, non soltanto dalla forza impersonale della competizione, ma dalla borghesia in quanto classe, che li considera come oggetti e non uomini, come "lavoro" o "braccia" e non esseri umani (capitolo XI). Il capitalista, sostenuto dalla legge borghese, impone la sua disciplina di fabbrica, li multa, li fa sbattere in carcere, impone loro a piacimento la propria volont. La borghesia in quanto classe li discrimina, sviluppa contro di essi la teoria maltusiana della popolazione, e impone loro le crudelt della "New Poor Law" del 1834. Nondimeno, questa disumanizzazione sistematica tiene anche i lavoratori lontani dall'ideologia e dall'illusione borghese, per esempio dall'egoismo, dalla religione e dalla moralit borghesi. La progressiva industrializzazione e urbanizzazione li costringe a imparare la lezione sulla loro situazione sociale, e concentrandoli li rende consapevoli del loro potere. "Quanto pi i lavoratori sono associati all'industria, tanto pi sono progrediti." (Tuttavia, Engels osserva anche gli effetti radicalizzanti dell'immigrazione di massa, come tra gli irlandesi.)
I lavoratori affrontano la propria situazione in modi differenti. Alcuni soccombono, lasciandosi demoralizzare: ma l'aumento dell'alcolismo, del vizio, del crimine e delle spese irrazionali  un fenomeno sociale, creato dal capitalismo, che non deve essere spiegato con la debolezza e l'inettitudine degli individui. Altri si rassegnano passivamente al loro fato e campano come meglio possono da cittadini rispettosi della legge, non si interessano delle questioni pubbliche e dunque in realt aiutano la classe media a stringere le catene che legano i lavoratori. Ma l'umanit e la dignit autentiche si trovano unicamente nella lotta contro la borghesia, nel movimento operaio che la condizione dei lavoratori inevitabilmente produce.
Questo movimento passa attraverso diverse fasi. La rivolta individuale - il crimine - pu essere una di queste, la distruzione delle macchine un'altra, sebbene nessuna delle due si riscontri universalmente. Sindacalismo e scioperi sono le prime forme generali assunte dal movimento; la loro importanza non risiede tanto nella loro efficacia, quanto nella lezione di solidariet e di coscienza di classe che impartiscono. Il movimento politico cartista segna un livello di sviluppo ancora pi elevato. Accanto a questi movimenti vi sono le teorie socialiste sviluppate da pensatori della classe media che, sostiene Engels, erano rimasti perlopi al di fuori del movimento dei lavoratori fino al 1844, pur conquistando una piccola minoranza degli operai migliori. Il movimento per deve tendere verso il socialismo man mano che la crisi del capitalismo avanza.
Come Engels comprese nel 1844, questa crisi si sarebbe inevitabilmente sviluppata in uno di questi due modi: o la concorrenza americana (o magari tedesca) avrebbe posto fine al monopolio industriale britannico e fatto precipitare una situazione rivoluzionaria, oppure la polarizzazione della societ sarebbe proseguita fin quando i lavoratori, ormai la grande maggioranza della popolazione, non avessero preso coscienza della propria forza e si fossero impadroniti del potere. ( interessante notare che la tesi di Engels non si sofferma sull'assoluta pauperizzazione a lungo termine del proletariato.) Tuttavia, viste le intollerabili condizioni dei lavoratori e la crisi dell'economia, era probabile che una rivoluzione scoppiasse prima che queste tendenze si fossero rivelate appieno. Engels si aspettava che ci sarebbe accaduto tra le due successive depressioni economiche, cio tra gli anni 1846-47 e la met degli anni Cinquanta dell'Ottocento.
Per quanto l'opera sia immatura, i risultati scientifici di Engels sono comunque notevoli. I suoi nei erano soprattutto difetti di giovent e in una certa misura di prospettiva storica. Per alcuni errori c' una chiara spiegazione storica. Ai tempi in cui scriveva Engels, il capitalismo britannico stava attraversando la fase pi acuta del primo dei suoi grandi periodi di crisi secolari, ed egli approd in Inghilterra nel momento forse peggiore del pi catastrofico crollo economico del XIX secolo, quello degli anni 1841-42. Era tutt'altro che irrealistico pensare al periodo di crisi degli anni Quaranta dell'Ottocento come all'agonia finale del capitalismo e al preludio della rivoluzione. Engels non era l'unico osservatore che la pensava cos.
Ora sappiamo che non si tratt della crisi finale del capita-
lismo, bens del preludio a un importante periodo di espansione, basato in parte sull'enorme sviluppo delle industrie di beni capitali - ferrovie, ferro e acciaio, rispetto al tessile della fase precedente -, in parte sulla conquista di sfere ancora pi ampie di attivit capitalistica in Paesi all'epoca ancora sottosviluppati, in parte sulla sconfitta degli interessi agrari costituiti, e in parte sulla scoperta di nuovi ed efficaci metodi di sfruttamento delle classi lavoratrici che, per inciso, resero finalmente possibile l'aumento sostanziale dei loro salari reali. Sappiamo inoltre che la crisi rivoluzionaria del 1848, prevista con considerevole accuratezza da Engels, non tocc la Gran Bretagna: questo era in gran parte dovuto a un fenomeno di sviluppo diseguale che egli difficilmente avrebbe potuto pronosticare, poich, mentre sul continente lo stadio corrispondente di sviluppo economico raggiunse la sua crisi pi acuta negli anni 1846-48, in Gran Bretagna il punto equivalente era stato toccato nel 1841-42. Nel 1848 il nuovo periodo di espansione, il cui primo segnale fu l'enorme "boom delle ferrovie" degli anni 1844-47, era gi in atto. L'equivalente britannico della rivoluzione del 1848 fu lo sciopero generale cartista del 1842. La crisi che scaten le rivoluzioni continentali, in Gran Bretagna non fece che interrompere un periodo di rapida ripresa. A Engels capit la sfortuna particolare di scrivere in un periodo in cui ci non era chiaro. Ancora oggi gli studiosi di statistica discutono su quando esattamente, tra il 1842 e il 1848, vada fissato il confine che separa gli "anni neri" dal dorato boom vittoriano del capitalismo britannico. Difficile prendersela con Engels per non averlo visto con maggior chiarezza.
Ciononostante, il lettore imparziale non pu che considerare le pecche del libro di Engels come incidentali, e apprezzare molto di pi i suoi pregi. Questi si dovevano non soltanto all'ovvio talento personale dell'autore, ma anche al suo comunismo. Fu questo a conferirgli una perspicacia economica, sociale e storica cos evidentemente superiore a quella dei contemporanei paladini del capitalismo. Engels dimostr che solo un individuo libero dalle illusioni della societ borghese poteva essere un valido scienziato sociale.
La descrizione dell'Inghilterra di Engels nel 1844
Fino a che punto  affidabile e completa la descrizione di Engels della classe operaia britannica nel 1844? Fino a che punto le ricerche successive hanno confermato le sue affermazioni? Il nostro giudizio sul valore storico del libro deve dipendere soprattutto dalla risposta a queste domande. Engels  stato spesso criticato: dagli anni Quaranta dell'Ottocento, quando Victor Aim Huber e Bruno Hildebrand si trovarono d'accordo con i fatti che aveva esposto, ma ritennero la sua interpretazione troppo fosca, fino a quelli della Guerra fredda, quando alcuni curatori affermarono che "gli storici possono fare a meno di considerare il libro di Engels un'opera autorevole che fornisce un quadro valido dell'Inghilterra sociale negli anni Quaranta dell'Ottocento".7 La prima  una posizione sostenibile, la seconda, assurda.
Il resoconto di Engels  fondato su osservazioni dirette e su altre fonti disponibili. Conosceva indubbiamente assai bene il Lancashire industriale, in particolare la zona di Manchester, aveva visitato le citt industriali principali dello Yorkshire (Leeds, Bradford, Sheffield) e inoltre aveva trascorso alcune settimane a Londra. Nessuno ha mai seriamente ipotizzato che avesse travisato ci che aveva visto. Dei capitoli descrittivi,  chiaro che una larga parte del II, IV, VI, VIII e XI si basa su osservazioni di prima mano, e una simile conoscenza evidentemente illumina anche gli altri capitoli. Non va dimenticato che Engels (al contrario di molti altri visitatori stranieri) non era un semplice turista, ma un uomo d'affari di Manchester che conosceva gli uomini d'affari tra i quali viveva, un comunista che conosceva e lavorava con i cartisti e con i primi socialisti e - anche grazie ai suoi rapporti con l'operaia di fabbrica irlandese Mary Burns e i suoi parenti e amici - un uomo con una notevole conoscenza diretta della vita operaia. La sua opera costituisce dunque un'importante fonte primaria per la nostra conoscenza dell'Inghilterra industriale di quel tempo.
Per il resto del libro, e come conferma delle proprie osservazioni, Engels si affid ad altri informatori, oltre che a documenti scritti, premurandosi di tener conto del loro orientamento politico, citando, dove possibile, da fonti favorevoli al capitalismo. (Si veda l'ultimo paragrafo della sua prefazione.) Seppure non esaustiva, la sua documentazione  buona e abbondante. Per quanto ci siano alcuni errori di trascrizione (alcuni dei quali da lui corretti in seguito), e una propensione a sintetizzare le fonti autorevoli piuttosto che citarle alla lettera, l'accusa che abbia selezionato e formulato le citazioni in modo errato o tendenzioso non  sostenibile. Gli ostili curatori del libro non sono stati in grado di trovare in un grosso volume pi di una manciata di esempi di quello che considerano "travisamento", e la maggior parte delle accuse sono futili o sbagliate.8 Ci sono senz'altro fonti disponibili che non utilizz, ma alcune di queste presentano un quadro della situazione se mai ancora pi truce. Secondo tutti gli standard ragionevoli, la Situazione  un'opera ottimamente documentata, maneggiata con una solida padronanza delle prove.
Non  difficile dimostrare come le accuse rivolte a Engels di aver dipinto le condizioni dei proletari a tinte ingiustificatamente fosche, o di non aver apprezzato la benevolenza della borghesia britannica, siano false. Il lettore attento non trover alcun fondamento all'asserzione che Engels descrisse tutti i lavoratori come indigenti o affamati, il loro livello di vita come di mera sussistenza, il proletariato come una massa indifferenziata di poveri, o per molte delle altre affermazioni estreme che gli sono state attribuite da critici che non sempre avevano letto il suo testo. Non neg che erano stati apportati miglioramenti alla condizione della classe operaia (si veda il riassunto alla fine del capitolo II); non raffigur la borghesia come una massa di individui dal cuore di pietra (si veda la lunga nota a pi di pagina alla fine del capitolo XI). Il suo odio per ci che la borghesia rappresentava e per ci che la spingeva ad agire in quel dato modo non era un odio ingenuo verso uomini di cattiva volont in quanto distinti da quelli di buona volont: era piuttosto una critica alla disumanit del capitalismo che in modo automatico trasformava collettivamente gli sfruttatori in una "classe profondamente immorale, incurabilmente corrotta dall'egoismo, corrosa nel suo essere".
Le obiezioni mosse a Engels dai critici spesso non sono che il frutto della loro riluttanza ad ammettere i fatti. Nessun uomo, comunista o meno, in quegli anni avrebbe potuto venire dall'estero e visitare l'Inghilterra senza provare un senso di orrore e scandalo, che parecchi rispettabili borghesi liberali espressero in parole altrettanto incendiarie di quelle di Engels, ma senza la sua analisi.
"La civilt fa miracoli" scrisse Tocqueville a proposito di Manchester "e l'uomo civile  riportato allo stato quasi ferino."
"Ogni giorno che vivo" scrisse l'americano Henry Colman "ringrazio Dio di non essere un pover'uomo con famiglia in Inghilterra."
Possiamo trovare un mucchio di dichiarazioni sulla dura indifferenza utilitarista degli industriali, da affiancare a quelle di Engels.
La verit  che il libro di Engels resta oggi, come nel 1845, di gran lunga il miglior libro sulla classe operaia del periodo. Gli storici successivi lo hanno considerato e continuano a considerarlo tale, tranne un recente gruppo di critici, mosso da avversione ideologica. Non  l'ultima parola sull'argomento, perch centoventicinque anni di ricerche hanno accresciuto la nostra conoscenza delle condizioni della classe operaia, specialmente nelle aree con le quali Engels non aveva avuto un contatto diretto.  un libro del suo tempo; ma nella biblioteca di qualsiasi storico del XIX secolo e di chiunque sia interessato al movimento operaio, nessun altro pu prenderne il posto. Rimane un lavoro indispensabile e una pietra miliare nella lotta per l'emancipazione dell'umanit.
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FINE Parte 1.